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In occasione della XXII settimana della lingua italiana nel mondo, dal Brasile e più precisamente dall’Università di Goiânia, nella persona della professoressa Margareth Nunes, mi giunse l’invito a discutere dell’italiano dei giovani. Io contribuii con un testo che ora mi è stato sollecitato da Anna Maria Farabbi per CartaVetro. Il mio intervento è del 2022, ma credo che nella sostanza sia ancora valido, perciò lo metto a disposizione dei lettori appassionati di questioni linguistiche.

Quindi, la lingua italiana e i giovani. La prima difficoltà è la scivolosità, l’imprendibilità della definizione di giovani, categoria che sfuma, non essendoci più riti di passaggio.

Come sappiamo, ogni società e ogni epoca definiscono in modo diverso chi è adulto e chi non lo è ancora. Attualmente, ad esempio, nei paesi avanzati la maggiore età, connessa all’acquisizione dei diritti civili più importanti (il diritto di voto, la capacità di stare in giudizio e di assumersi degli obblighi contrattuali, ecc.), scatta al compimento del diciottesimo anno di età, ma non per questo chi compie 18 anni smette di essere giovane. In generale, si può dire che un giovane uomo, o una giovane donna, sono diventati adulti quando hanno varcato una serie di ‘soglie’: 1) hanno concluso la parte più rilevante del loro percorso formativo; 2) occupano una posizione relativamente stabile nella divisione sociale del lavoro; 3) non vivono più nella casa dei genitori; 4) si sono sposati; 5) si assumono, con la maternità e la paternità, delle responsabilità nei confronti di una nuova generazione.

Analizzando i dati di un’indagine campionaria condotta recentemente in Italia sui giovani tra i 15 e i 29 anni si nota che coloro che non hanno ancora varcato nessuna delle soglie dell’età adulta (sono quindi ancora giovani a tutti gli effetti) sono il 70% dei giovani appartenenti allo strato sociale più alto, ma appena il 32% di coloro che provengono dallo strato sociale più basso. Analogamente, coloro che hanno varcato solo alcune, o quasi tutte, le soglie dell’età adulta, sono molto più numerosi negli strati bassi e medio-bassi che non negli strati elevati.

I giovani appartenenti agli strati inferiori frequentano in genere percorsi scolastici più brevi, non possono aspettare a lungo prima di inserirsi in un’attività lavorativa retribuita. Per certi versi si può dire che il prolungamento della gioventù è un privilegio dei figli e delle figlie degli strati sociali medi e superiori, la cui incidenza quantitativa peraltro, nelle società moderne, è in continua crescita. Il fenomeno compare tuttavia anche ai livelli sociali inferiori, sia pure più per necessità che per scelta, là dove il basso livello di scolarità e le condizioni del mercato del lavoro producono alti tassi di disoccupazione giovanile.

Quindi, appurato che la definizione di giovani è incerta e insidiosa, passiamo ad esaminare le questioni linguistiche che più possono interessare la contemporaneità e i nuovi costumi, che spesso coincidono con i nuovi consumi.

C’è tutto un fiorire di discussioni, dibattiti e a volte anche serie riflessioni sul politicamente corretto e sulla cultura della cancellazione di riferimenti culturali del passato considerati impresentabili.

Il vento di queste discussioni parte dagli Stati Uniti d’America e si estende ai dibattiti europei, riguardando soprattutto le questioni del sessismo nella lingua e le tematiche relative alle discriminazioni di genere e razziste. La lingua nel suo evolversi dovrebbe tener conto di questo cambiamento di rotta, sanzionando ed evitando comportamenti inappropriati.

Si potrebbe forse darne una lettura anagrafica: si fronteggerebbero una generazione più giovane, dotata di una sensibilità nuova e una generazione precedente, legata a codici e modalità di analisi non più attuali, la generazione dei boomer.

Ed ecco che devo subito fermarmi a spiegare una parola usatissima attualmente in Italia. Chi è un boomer? Una persona appartenente alla generazione dei “baby boomer”, quella dei nati nel periodo del boom demografico verificatosi tra il 1946 e il 1964 in Europa e Nord America. Il termine viene usato spesso per prendere in giro persone attempate che mostrano un atteggiamento saccente nonostante uno scarso grado di cultura o che se la prendono aprioristicamente con le generazioni più giovani. Ma boomer può essere anche un quarantacinquenne, cioè qualcuno nato alla fine degli anni ’70. Sentite qua:

Esempi di dialogo:

  • «Il surriscaldamento globale non esiste.»

«In verità ci sono numerose prove.»
«Ho ragione io.»
«Ok boomer.»

  • «Ai miei tempi sì che ci si sapeva divertire… Non come voi sempre attaccati ai cellulari e ai social network!»

«Ok, boomer!»

Dove ho trovato questa definizione?

In un dizionario online che si chiama slengo.it, risorsa preziosissima per provare a capire come parlano i ragazzi dai 15 anni in su. E in cui invito chi sta imparando l’italiano a farsi un giro.

Slengo deriva dalla parola inglese slang, quindi è un gergo che ha lo scopo di una maggiore espressività, usato da un certo gruppo sociale.

Torno al discorso principale che facevo prima, e cioè che la generazione giovane sarebbe dotata di una sensibilità nuova e più inclusiva riguardo a tematiche relative alle discriminazioni di genere e razziste.

Il condizionale è però d’obbligo, in questo caso, perché abbiamo subito una brutta sorpresa e anzi un risveglio agitato se pensiamo alla musica che molti giovani ascoltano, cioè la musica rap e la musica trap, genere che del rap è una derivazione.

Il linguista Massimo Arcangeli, analizzando dei testi di cantanti molto di moda in Italia come Fedez e altri, afferma: “I suoi testi sono l’esempio più lampante delle contraddizioni di un cantante che a mio parere predica bene e razzola (molto) male. Penso che Fedez dovrebbe rimuovere tutti i brani sessisti dai suoi canali ufficiali, e chiedere scusa. Dovrebbe ammettere pubblicamente di aver sbagliato, anche nel perseverare, e rinnegare brani lesivi della dignità delle persone, non importa se donne, gay o trans. Altrimenti si limiti a cantare e a “influenzare” i milioni che lo seguono. Non può mettersi alla testa di un movimento d’opinione contro l’omofobia e la discriminazione sessuale perché lo ritengo privo di qualunque credibilità.”

Proprio relativamente al sessismo della lingua, devo parlare delle proposte che sono in campo per cercare di rendere la lingua italiana più inclusiva, comprendendo tutte le possibili identità. E ne parlo facendo riferimento alla professoressa Cecilia Robustelli, ordinaria di Linguistica italiana all’università di Modena e Reggio Emilia, docente che a mio avviso è la voce più convincente nel campo.

Robustelli nella sua argomentazione prende in esame le diverse possibilità di trasformazione dell’italiano. “Ad esempio, la proposta di sostituire la desinenza maschile plurale -i di espressioni come “buongiorno a tutti” con il simbolo Ə, ottenendo così “buongiorno a tuttƏ”. Circola da qualche tempo sui social, ed è recentemente rimbalzata sui quotidiani quando è stata adottata da parte del Comune di Castelfranco Emilia con lo scopo, dichiarato, di ‘adottare un linguaggio più inclusivo’.

Non è la prima volta che lo sperimentalismo linguistico si abbatte sulle desinenze: dapprima fu proposto l’asterisco di car*tutt*, poi la chiocciola di car@ tutt@, e ora lo schwa, preferito ai primi due perché a differenza di questi può essere pronunciato. Circola anche un altro espediente, stavolta non un simbolo ma un vero e proprio grafema, la “u”, usato come desinenza: anche con “caru tuttu” si includerebbero tutte le identità di genere (uomo, donna, persona non binaria) e tutta la variabilità biologica dei corpi (femmina, maschio, intersex). Progressivamente però la discussione si è allargata, anche grazie alla rete, al grande, ormai grandissimo pubblico non specialista, dove spunta ciclicamente chi, in nome di una malintesa libertà linguistica, cede al sottile piacere di sperimentare e proporre soluzioni estemporanee e ad hoc anche per questioni linguistiche annose e insolute. Prendiamo per esempio la proposta di introdurre lo schwa al posto della desinenza grammaticale. Lo schwa non è una marca di genere, non è un grafema della lingua italiana, non corrisponde neanche a un suono con valore distintivo, e servirebbe per questo a eliminare il riferimento all’opposizione di genere binaria, cioè maschile femminile, legata all’uso delle desinenze tradizionali, permettendo invece il riferimento al più ampio spettro delle identità di genere indicate dall’acronimo LGBTQI+. Per questo lo schwa avrebbe una funzione molto più inclusiva rispetto alle desinenze tradizionali. Sembra semplice: se le desinenze maschili e femminili vanno strette perché sono considerate insufficienti a soddisfare le esigenze di rappresentazione di genere da parte di tante identità, si possono sostituire con un simbolo “neutro” che le comprende tutte. Neutro: è questa la parola magica con cui si intende un genere grammaticale che indica altro rispetto al maschile e al femminile.

Ma in realtà il ragionamento di base zoppica. In italiano (e non solo) le desinenze grammaticali non indicano il genere, inteso ovviamente come genere socioculturale, ma il sesso: la desinenza maschile e quella femminile ci dicono soltanto che il riferimento è a una persona di sesso maschile o femminile, e non danno alcuna indicazione sulla sua identità di genere. La morfologia della lingua italiana (ma non è la sola!) rivela il sesso della persona a cui ci si riferisce, non c’è niente da fare. Comunque su un piano di realtà la quasi totalità delle persone è identificabile su base sessuale come maschio o femmina. È vero, le persone intersex (1%) restano fuori, ma eliminare le desinenze grammaticali significa impedire la rappresentazione di metà della popolazione italiana, quella di sesso femminile.

Dopo il lungo percorso socioculturale compiuto dalle donne, per tacere di tutte le misure istituzionali varate per la loro valorizzazione, sarebbe opportuno cercare con tutti i mezzi di rappresentarle nella lingua in modo da riconoscerne la presenza anziché cancellarle. Ma c’è di più. Sostituire le desinenze grammaticali con un simbolo cancella oltre al genere anche il numero: salta così definitivamente l’accordo grammaticale, strumento indispensabile per riconoscere i rapporti logici fra parole all’interno del testo. Si polverizza la coesione testuale. Un’amputazione così radicale del sistema della lingua – perché di questo si tratta, ed è cosa ben diversa da una proposta lessicale come l’introduzione di un neologismo – ne rende irriconoscibile il codice comunicativo.

Se proprio si vuole usare lo schwa, se ne limiti l’uso alle formule di apertura del discorso, che diventerebbero innocue frasi cristallizzate: Buongiorno a tuttƏ, appunto, carƏ tuttƏ, e poco più.  Insomma, sperimentare sulla lingua può essere divertente finché ci si limita al livello lessicale e lo si fa in un gruppo ristretto e consapevole di usare una specie di gergo, di linguaggio identitario interno al gruppo stesso. Invece è pericoloso intervenire sul sistema della lingua, tanto più se non si prevedono i contraccolpi che tale intervento può determinare e le sue conseguenze sul piano della comunicazione.”

E nel solco di Robustelli, cioè della valorizzazione del femminile in chiave antisessista, si inserisce anche una notizia del settembre 2022. La notizia è che il Dizionario Treccani ha deciso di mettere le parole in ordine alfabetico.
Che novità, si dirà: non è forse sempre stato così? Sì, però la regola, fino a prima di questa piccola rivoluzione, si fermava alla penultima lettera. Poi la convenzione implicita del “maschile non marcato, come neutro” faceva sì che anche le parole che avevano a disposizione una declinazione femminile in -a mostrassero prima quella maschile in -o. Badi bene: si tratta di parole che prevedono il femminile in -a, per cui comunque la -a c’è sempre stata, ma veniva sempre dopo la -o. Questo sovvertiva le regole dell’ordine alfabetico e si traduceva da sempre in una riconduzione al maschile delle narrazioni collettive e fondamentalmente del dato culturale che considera il maschile la norma e il femminile l’eccezione. Invece qui il cambiamento investe prima di tutto le regole precostituite che perimetrano la nostra lingua. E che a farlo sono esattamente gli esperti preposti a questo: non una scuola media, non un gruppo di femministe, non un opinionista su un giornale, ma la Treccani, che dal 1925 è un punto di riferimento indiscusso per la conoscenza in Italia.

Avviandomi alla conclusione, vorrei fornire un brevissimo elenco di battute, che mi sono state suggerite da due ragazzini mentre preparavo il mio intervento di oggi. Naturalmente, la fonte della diffusione è Tik Tok:

“Ciao bro, come stai? Hei fra, tutto bene, te? Oggi ho comprato un nuovo giacchetto, guarda! O mio Dio che swag, è stupendo! Ora ho lo stesso stile di Martina, slayy! Sai, amio, Martina e Andrea li shippo un sacco, starebbero troppo bene insieme!”

A questo breve dialogo, mancano due parole importantissime nella lingua dei giovani: una è cringe, che significa imbarazzante: qualsiasi azione di un genitore nei confronti dei figli viene vista come imbarazzante, cioè cringe. E l’altra parola è lol, dalle iniziali inglesi laugh out loud, a designare qualcosa che fa ridere.

Se tutto questo un domani resterà, o sarà fenomeno del tutto passeggero, non è dato sapere. Ma è lo spirito del tempo, e come tale lo ho registrato. Un grazie alle mie fonti, Elettra e Giordano.

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