Bella zi

  • Ragazzi, oggi ho ricevuto il mio primo “Bella zi!”
  • Sai, noi oggi abbiamo fatto la “L”
  • Che bello! La “L” come il nome della tua sorellona!
  • Ma cosa vuol dire che ti hanno detto una bella zi?
  • Intanto allacciati la cintura che andiamo.
  • Papà cosa vuol dire che ti ha fatto bella zio?
  • Si, ecco, allora, sono sceso dal treno e un ragazzo che era seduto di fianco a me ed è sceso con me mi ha avvicinato e mi ha detto “bella zii!”. Vero!
  • Ma perché?
  • Eh, ci sono rimasto anche io lì per lì, poi mi fa, “proprio una bella ragazza”!
  • Cosa?
  • No, aspetta, – la bambina in fase preadolescenziale già se la rideva allo scalpore della mamma – insomma, il treno era tutto pieno anche oggi, io vado in fondo, che delle volte c’è un posticino… attenta al pedone!
  • L’ho visto, sta calmo!
  • Va avanti!
  • Allora, vado in fondo e trovo tre posti, anche se c’era gente sulle scale. Mi siedo e vedo arrivare una signorina con cinque borse, sette sacchetti, otto zaini e una pianta in mano. Tu cosa avresti fatto?
  • Non lo so.
  • Noi abbiamo fatto la “L”, “LLLL”…
  • Sta zitto!
  • Con garbo, dai… insomma, io faccio posto e le chiedo se vuole che le regga qualcosa. Tengo la pianta, la aiuto a districarsi, poi lei si siede e io tiro fuori il mio libro. Quella si sistema e nel giro di 10 secondi mi inizia a raccontare la sua storia. Io le tengo dietro, ascolto, faccio qualche domanda, così per cortesia. Una bella storia, esperienze, lavori, avrà avuto una ventina d’anni.
  • Ma io non ho capito perché bella zii!
  • Beh, immagino che il ragazzetto che mi ha detto “bella zi” volesse dimostrarmi la sua ammirazione per aver attaccato bottone alla ragazza che secondo i suoi gusti era bella.
  • Ma tu perché le hai attaccato bottone?
  • Io non ho attaccato bottone a nessuno! Ho solo ascoltato quel che mi ha raccontato! Magari però la prossima volta anche quel ragazzo darà una mano a qualcuno a prendere posto. Ma insomma, questa “LLLLL”?

Nei mesi freddi Luigi Sperandei tornava la sera a casa col solito treno, una mezz’ora di viaggio dalla città al paesotto. I bambini finivano le loro attività pomeridiane a quell’ora così poteva prendere un passaggio per arrivare fino a casa.

Normalmente aveva la bicicletta per questo tragitto di qualche chilometro andata e ritorno da casa alla stazione. Nella norma del su e giù per le colline con la sua bici, mentre sbuffava e sputava per arrivare in cima con la bicicletta sbagliata, le macchine lo ignoravano e i rari passanti a piedi lo guardavano come un marziano. Era stato un po’ uno shock anche per lui che per anni aveva fatto decine di chilometri al giorno su trafficatissime ciclabili immacolate e sacrosante, con la moglie e i figli, nelle grandi città di pianura in Inghilterra e in Germania.

Persino il ragazzo nigeriano che parcheggiava la bici accanto alla sua sembrava chiaramente non capirlo. Lo aveva incontrato solo una volta, mentre slegava la sua bici dal lato opposto del palo inufficiale che fungeva da deposito custodito alla stazione tra un raccoglitore di bottiglie sempre guasto e un bidone della spazzatura abbandonato al suo destino. Ma la conversazione tra il ragazzo venuto dall’Africa e Sperandei rientrato in Italia dopo anni da cittadino europeo, era stata una conversazione strana, perché chiaramente quella bici che per lui era una normalità da cittadino evoluto e moderno e, se non quello, nelle presenti circostanze una ponderata scelta consapevole, per il ragazzo era una necessità indesiderata.

Un’altra volta allo stesso quasi-palo era stato fermato da una donna che aveva proposto ammirata e con non pochi convenevoli un’iniziativa civica per far mettere un vero parcheggio per le bici. Così, pensò Sperandei, anche lei avrebbe potuto fare la sua scelta consapevole, che ora le era impedita, forse dalla malcelata paura che un nigeriano le rubasse, se non il parcheggio, la bicicletta stessa. Meglio annuire gentilmente e continuare a elevare il palo a una funzione superiore ma spregiudicata.

Parcheggi

  • Buongiorno, posso chiederle una cosa?
  • Si, ma faccia presto.
  • Qui ci sono parcheggi da entrambi i lati del colle, perché fanno salire le macchine?
  • Si metta là! Fermo! A destra! – poi finalmente rivolto a Luigi – e come dovrebbero salire?
  • Ma… a piedi, attraverso i sentieri, sono belli e curati…
  • No, No! Li passa il pulmino! Si sposti più a destra!
  • Qui si crea una situazione molto pericolosa per i bambini che escono da scuola nel mezzo di un ingorgo sostanzialmente… e ogni giorno c’è un bisticcio… insomma lo vede anche lei, ci volete in due ogni giorno due volte al giorno…
  • Sì ma non sono cose di mia competenza. Di chi è quella bici?
  • Ah, è mia, vede, io vado sempre in bici per esempio!
  • La può togliere?
  • Cosa scusi? E perché!? È accostata alla siepe, non intralcia nessun passaggio…
  • Sì ma lì accanto c’è un cancello.
  • Il cancello dell’accumulo idrico? Non credo intralci nemmeno quello veramente… vede anche lei…
  • La sposti per favore. – poi di nuovo rivolto al traffico – No! A destra ho detto, si levi che passa il pulmino!
  • Ma non da fastidio a nessuno…
  • Lì non può stare.
  • Quindi la mia bici parcheggiata con cura ingombra più dei SUV in doppia fila che si scartano davanti all’uscita della scuola?
  • La sposti.

Certe abitudini sociali, come quella dell’automobile e del parcheggio, erano per Sperandei un elemento di attenta indagine quotidiana. Perché in Germania si scoraggiava l’uso dell’auto e qui sembrava un tabu più profondo e intoccabile dell’incesto? Si era deciso dunque che non poteva esimersi, doveva partecipare al consiglio comunale indetto sulla questione dei pulmini. Il problema era stato sollevato, diffuso e litigato nei vari gruppi di whatsapp delle classi dei consigli e dei gruppi “di mamme” in cui era infiltrato, rarissimo padre, e che gli causavano non pochi problemi di sfiducia intellettuale nella capacità della società di regolamentarsi.

Ecco il problema: la fila di sei pulmini doveva raccogliere studenti di due scuole elementari sulla stessa strada a senso unico, a distanza di circa trecento metri l’una dall’altra. Tra le due scuole, un plesso di medie inferiori e uno di medie superiori e un senso unico in discesa da cui i pulmini non potevano scendere. Ma il problema non era dell’entità dei sette ponti di Königsberg, non si trattava di viabilità. I pulmini, nonostante le dimensioni, salivano e scendevano dal senso unico ad anello senza problemi. Tuttavia, coincidendo gli orari di uscita delle scuole, i bambini della scuola all’inizio della strada salivano sul pulmino uscendo in anticipo da scuola ma dovevano restare per quaranta minuti buoni sul mezzo prima di raggiungere la seconda scuola, dove altrettanti bambini dovevano aspettare l’arrivo dello stesso pulmino.

Il traffico: tutti i bambini e ragazzi dalle elementari alle superiori che non prendevano il pulmino e non vivevano a pochi passi dalla scuola, venivano raccolti dai genitori in auto direttamente davanti alle rispettive scuole causando un inevitabile intasamento, nonostante la via di fuga dalla discesa prima della seconda scuola elementare.

Al consiglio comunale speciale, indetto appositamente per discutere del problema, era presente quasi tutta l’amministrazione comunale, vigili, polizia, carabinieri, associazioni locali, residenti e moltissimi genitori furiosi. Luigi entrando e mettendosi un po’ in disparte non conoscendo quasi nessuno, aspettava senza dubitare minimamente che la maggior parte dei presenti fossero i genitori inviperiti dei bambini costretti alla prigionia nel pulmino e alla decurtazione delle loro ore di istruzione obbligatoria e costituzionale. Bastarono dieci minuti della baraonda disorganizzata di insulti gratuiti per capire che era tutt’altra la composizione sociale della sala e che il tema della discussione non era nemmeno lontanamente quello che pensava.

Una signora, urlando prima ancora di aver sentito qualsivoglia contraddittorio alla sua opinione, si disse oltraggiata dall’inattività dell’amministrazione che non provvedeva a costruire il parcheggio. C’era giusto un boschetto che si poteva togliere per creare almeno dieci posti auto. L’ente della protezione ambientale ricordò il vincolo paesaggistico, ritagliandosi, sempre urlando, un piccolo stralcio di attenzione nel vocio costante. Io, disse un’altra signora, parto all’ultimo momento per non arrivare quando c’è più traffico e non c’è spazio per il mio suv! come è possibile?

Il chiaro controsenso della sua affermazione non balenò alla mente di nessuno dei presenti, con ogni probabilità tutti motoristi che invece simpatizzarono diminuendo di una manciata di decibel il caos convulso.

Allibito, Sperandei raccolse tutto il suo coraggio sociale ed alzò la mano. La sindaca che presiedeva stupita chiese silenzio un paio di volte e colse l’occasione per ricordare che c’erano parcheggi sotto la strada delle scuole a meno di cinque minuti a piedi (a pagamento, urlò uno dalla folla) e tutti i percorsi pedonali erano in piena sicurezza, come poteva confermare il carabiniere e così il vigile. Un parcheggio a pagamento equivaleva nella realtà locale ad un divieto di sosta senza bisogno di controlli aggiuntivi per venir rispettato. Intravista la mano di Sperandei, e non conoscendolo, la sindaca, utilizzando la sua autorevolezza dalla posizione centrale del tavolo delle autorità, chiese di farlo parlare. Luigi si presentò, suscitando un imprevisto abbassamento dei decibel nella sala e con calma, ma succintamente perché non contava molto sulla durata dell’attenzione dei concittadini, disse che gli pareva indubbiamente prioritario il problema dei bambini costretti a stare ore nel pulmino ogni giorno. Non fece in tempo a terminare il breve pensiero tuttavia, che una serie di urla fece capire che era fuori strada: sono tutte ore che non sono a casa!

Il colpo a freddo aveva quasi spento l’entusiasmo politico del nostro Luigi, che decise di sfoderare prontamente la carta della ricca e potente Germania. Là, disse, sarebbe stato senz’altro chiuso al traffico non indispensabile il tratto di strada negli orari di entrata e uscita da scuola. Si scatenò una rivolta acutissima. Alcuni urlarono all’utopia, altri dissero che non si perdesse tempo con gli idealismi, era il parcheggio che serviva. Luigi scomparve, insieme alla sua esperienza d’oltralpe nel nugolo delle invettive, mentre il carabiniere lo guardava facendo con la testa segno di comprensiva rassegnazione.

Eppure lo stesso Sperandei in quel momento, mentre umiliato si ritirava nel silenzio di una minoranza assoluta e solitaria, seppur cercando di sopprimere una rabbia che lo spingeva a urlare anche lui che non era possibile non capire così evidentemente quale fosse il vero problema, ricordò quando la moglie aveva dovuto smettere di andare a lavorare in auto ad Amburgo, perché, al fine di evitare il traffico in centro, la città aveva deciso una triplicazione dei costi di parcheggio, che avrebbe in sostanza reso vano andare a lavorare. Anche loro si erano scaldati in quell’occasione e avevano telefonato per chiarimenti: forse valeva solo per chi non doveva andare per lavoro. No, vale per tutti, la sua macchina signora è un problema, scelga un altro mezzo. Avevano risposto senza mezzi termini il funzionario del servizio ai cittadini. Ma forse nemmeno quella autoritarietà sarebbe bastata qui ad infrangere il tabù.

Casa

  • Poi dalla finestra vorrei uno scivolo che arriva giù in una piscina, ma con le curve!
  • Bella idea! Come quello del parco giochi ad Amburgo. Forse un po’ difficile da realizzare in concreto.
  • E una carrucola! Di quelle super lunghe per scendere prima!
  • Ma poi come la riporti su?
  • Mmmh… non lo so… con una corda!
  • E un muro lo facciamo tutto colorato!
  • Con un razzo nel giardino per i viaggi lunghi!
  • Mi sembra un sogno poco realizzabile, orsetto…
  • Orsetto! Quello del libro! Dov’è il libro?
  • È in una scatola, uscirà prima o poi…
  • E il palo come i pompieri per scendere invece delle scale!
  • Si, questo l’ho visto in una scuola, effettivamente è una cosa fattibile. Insomma da questa nuova casa volete uscire molto alla svelta…
  • E lo scivolo lungo in giardino! E l’altalena gigante!
  • Ma quello lo trovi al parco giochi anche qui no?
  • Ci siamo andati, ci sono solo giochini vecchi e sporchi per i bambini piccoli…
  • Ma uno scivolo e un’altalena non ci sono?
  • Sì ma sono sporchi o rotti.
  • Voglio tornare ad Amburgo! Voglio andare al parco dei pirati e alla piscina con i dinosauri!
  • Anche io…
  • Ma qui c’è il verde, la natura, guarda fuori che bello…
  • …. Uh! E quello dei vichinghi con lo scivolo a tre velocità!
  • Ma qui c’è il mare…
  • Voglio tornare ad Amburgo!
  • Anche io!

Luigi e la moglie avevano seguito per tanti anni prima la carriera di lei e poi di lui, in luoghi dell’Europa in cui erano sempre finiti col sentirsi a casa. Con tanti traslochi, lavori diversi e case fatte dei loro mobili, soprammobili e libri, perché le mura cambiavano troppo spesso per affezionarsi. Intorno a quei mobili già di nonni, bisnonni e parenti, più che tra determinati muri domestici, erano nati i loro figli e, insieme tutti e quattro, si erano confrontati con gli alti e i bassi della vita e con la profondità dell’essere altri altrove davvero, non solo a parole. Avevano fatto l’esperienza dell’essere famiglia ma non come si intendeva lì o là, quasi sempre in una minoranza sicura, nonostante la matematica medianità del nucleo anagrafico. Si erano legati a famiglie con esperienze simili, magari di provenienze diverse, spesso di paesi del sud dell’Europa, come Grecia e Portogallo, i cui modi e tempi di base erano loro più affini.

Con quell’ultimo trasloco era però arrivata quella fase della vita, in cui si poteva fare qualche piano.

Che questo fosse un grande privilegio lo sapevano bene tutti in famiglia.

Luigi soprattutto era rientrato, trascinandosi dietro tutti, con l’orgoglio di chi si sente incaricato di riportare un’esperienza al paese, anche se il paese non era proprio il suo. Come un proconsole di ritorno dallo svolgimento della sua funzione in una remota Britannia o Renania… partito dalla pianura del grande fiume Po portava ora le scoperte del Tamigi e dell’Elba alla Capitale tiberina a completamento di un suo cursus honorum personalizzato.

L’idealismo di quando, quasi quindici anni prima, erano partiti si era mescolato col senso del privilegio di poter scegliere e avevano deciso di investire in una ristrutturazione a impatto positivo sull’ambiente. Perché bisognava a ogni costo non approfittare delle agevolazioni per il rientro. Bisognava investire e nel modo più lungimirante possibile. Bisognava riportare a casa i frutti di un’esperienza che non era stata altrettanto fortunata per altri e che molti nemmeno potevano pensare di fare.

Quel coraggio nell’affrontare il nuovo senza paura, forse proprio quello e solo quello, poteva e doveva essere la cifra dell’esperienza da riportare al noto mondo di immobilismi burocratici e stanche rivolte ripetitive, che tra loro condividevano solo una profonda noia rinvigorita da eccessi di vitamina D.

Ritorni

  • Il grembiule? Non ci credo.
  • Si, il colore è a piacere, ma nei fatti serve azzurro per i maschi e bianco per le femmine.
  • Non ci credo, ma cosa siamo nell’800?
  • Una regola della scuola. Del resto avevano l’uniforme anche ad Amburgo
  • Sì ma era una cosa diversa, erano vestiti normali, una specie di brand della scuola, di abiti normali…
  • Appunto, non è meglio il grembiule? Dicono che è per le mamme
  • Ma davvero è obbligatorio?
  • Sì, è per le mamme, così non devono lavare i vestiti…
  • E poi li mandano a scuola col grembiule bianco impataccato? E quanto costa?
  • Si prende al mercato ne bastano uno o due da alternare, si mette sopra i vestiti. Verrà dieci euro, dodici.
  • Prendiamoli verdi almeno…
  • Mi hanno detto che in realtà non si trovano di altri colori, non c’è una regola ma di fatto sono azzurri e bianchi.
  • Il grembiule… ma noi mica lo mettevano a scuola?
  • No, noi no. Ma qui, ora è così.
  • Poi coi colori sessualizzati… ma davvero? Menomale che non sono rosa…
  • Sono rosa alla materna.
  • …ah… ecco…

Come quasi per ogni “expat” il rituale ritorno in famiglia per Natale era una legge non scritta anche per la famiglia Sperandei che attraversava prima della vigilia il continente, in treno o in auto se i costi non erano permissivi e ritornava “fuori” dopo capodanno. Così come esistevano i treni dei rientri speciali da Torino a Palermo, c’erano quelli altrattanto colmi di meridionali del nord da Amburgo a Monaco e Verona, che poi procedevano per le grandi tappe dall’asse viario italiano.

Quei rientri erano settimane di incontri con amici di vecchia data, oltre che di tipiche adunanze familiari attorno a tavole imbandite di piatti tradizionali di cui si sentiva la mancanza per tutto il resto dell’anno in quei paesi lontani dove notoriamente La Scienza in Cucina e L’Arte del Mangiare Bene non parevano aver mai attecchito a causa di carenze territoriali e produttive endemiche.

Luigi e la moglie, prima in Inghilterra e così poi in Germania nei decenni di permanenza non avevano però mai smesso di esplorare questo tema caro agli italiani forse più che ai cittadini di altre nazionalità in Europa, che era il cibo. Mentre apprezzavano un buon gorgonzola in un negozio di prodotti tipici, si erano comunque lasciati conquistare dai Sunday Roast e dagli Schnitzel giganti, dall’Apfelschorle come dalla pastinaca e dal cavolo rapa, quasi introvabili anche nei mercati contadini della penisola.

La loro pizza preferita restava quella di una pizzeria ad Amburgo, mentre le varianti romane erano difficilmente confrontabili con altre tipologie di alimenti rispetto a un banale McBurger base, e dunque si potevano comodamente evitare.

Da quando erano rientrati si erano trovati a fare gli stessi viaggi, ma verso le loro patrie oltre le Alpi. Luigi ci teneva molto alla cittadinanza “europea prima di tutto” dei suoi figli e loro, nati e cresciuti fuori dall’Italia, con questo paese dovevano fare i conti come in uno qualsiasi dei traslochi internazionali del loro recente passato. Sapevano di essere italiani per aver parlato a casa la lingua, sapevano di essere europei e sapevano di abitare in Germania. Ma quella era per loro casa, e Luigi ci aveva riflettuto probabilmente troppo poco nel suo slancio proconsolare. Così tornarono spesso sia ad Amburgo per incontrate vecchi amici e conoscenti, sia in Inghilterra, dove ormai da anni non tornavano, a ripercorrere passi ormai spariti dalla memoria della loro figlia più grande che pure lì aveva passato i suoi primi tre anni di vita. E la sensazione era la stessa dei rientri in Italia di quegli anni in altre parti d’Europa, almeno per gli adulti della famiglia. Dunque valeva in entrambe le direzioni. Non c’era un dentro e un fuori, una patria e un extra patria, all’interno di quel paese di cui erano cittadini, che era l’Europa.

Eppure Luigi spingeva il dito nella piaga che aveva causato ai suoi figli, irresistibilmente. Siete supereroi, diceva loro, non come quelli delle canzonette da stadio, supereroi veri. Avete un superpotere straordinario che è quello, come i vostri compagni dalla Romania, dalla Cina e dall’Afganistan, di aver vissuto in un altro posto, di parlare un’altra lingua. Il vostro orizzonte ampio, il vostro percorso tortuoso è un superpotere straordinario, il più potente di tutti. Capiranno, un giorno, si diceva. Ma intanto infilavano il grembiule che li faceva sembrare meccanici e dottoresse e faticavano con ore di banco, grammatica e regole militaresche, laddove avevano vissuto le esperienze scolastiche del metodo all’aria aperta, dinamico, e molto poco ripetitivo e meccanico della scuola tedesca. Anche con i super poteri, c’era da avere piuttosto la pazienza di un elefante. E come loro, così i loro compagni di origini non italiane si scontravano con un diffusissimo orizzonte locale e ristretto le cui barriere erano radicate in profondità dal consumismo globale.

Tommaso da Celano

  • Ma no, dai papà! Dai! È imbarazzante!
  • No, vedrai, è un frate Francescano, sarà sicuramente gentile.
  • Ma papà c’è tutta la gente…
  • Mi scusi? Posso disturbarla?
  • Certo, buongiorno, mi dica.
  • Papà… arriva il treno…
  • Buongiorno, Luigi Sperandei. Ecco mi chiedevo se per caso sapesse qualcosa della Vita di Francesco di Tommaso da Celano…
  • Papà il treno…
  • Sì! Studio teologia, certo, cosa le interessa? Va a Roma anche lei?
  • Si, andiamo a fare una piccola gita con i miei figli. Ecco, vede, non capisco tra la seconda e la terza recensione dove si trovino i testi…
  • Saliamo?
  • Quando mangiamo?
  • Si, certo. Quando arriviamo, in stazione.
  • Ecco, guardi, se le va possiamo sederci vicini, non è orario pendolari, non credo disturberemo parlando
  • Io mi metto qui, va bene?
  • Si, sì, ecco, vede Fratello, cercavo nell’edizione Valla quel passo… ma non lo trovo
  • A si, forse può cercare …
  • Papà ci guardano tutti…

Luigi Sperandei, che per il momento Dio in realtà lo aveva lasciato da qualche parte oltre le Alpi, dove si lavorava meglio, beato lui, ogni mattina partiva col buio in bicicletta dal piccolo appartamento che affittavano temporaneamente, e si fermava al cantiere lungo il percorso, poi proseguiva verso la stazione con una breve e ripida discesa seguita da una lunga salita, seppur più dolce. Sulla banchina controllava i conti e si preoccupava il giusto per il mutuo e per le spese che continuavano a lievitare ma erano sotto controllo. La domenica poi, passeggiando coi bambini, recuperava convinzione e coraggio spiegando quanto efficiente sarebbe stata la futura casa e come in questo modo stavano investendo sul territorio, come non si doveva cedere al mercato nero e pagare tutto con la fattura, etc. ovviamente facendo come se tutte quelle tecnicalità fossero gergo comune anche per bambini alle elementari.

Si riteneva, per l’esperienza acquisita al nord, non senza una buona dose di superbia, padre di una famiglia modello, in cui si dava per scontato che i ruoli non fossero fissi e tanto meno tradizionali, che non stava alla mamma fare questo o quell’altro e che i figli non erano principi e principesse ma giovani adulti che dovevano imparare la responsabilità e l’impegno. Se negli anni all’estero si erano abituati a guardare con attenzione una società che dovevano studiare per trovarvi un posto con un significato, tornati nella terra che credevano di conoscere si trovavano altrettanto stranieri se non del tutto foresti, strani e fuoriluogo.

Eppure non erano i soli, in pochi mesi avevano incontrato famiglie, soprattutto di ricercatori ed ex ricercatori con esperienze ben più lunghe della loro in paesi ben più esotici. Tanti erano stati in America, chi in Scandinavia, alcuni addirittura in Giappone, Corea, Africa centrale. Forse loro in realtà non erano mai stati all’ “estero” davvero. Era solo la percezione distorta del localismo. Ma il ricordo era di una diversità profonda. Di fatiche di comprendere e capire un sistema diverso. Del resto, statisticamente, molti di questi nuovi conoscenti erano tornati per i figli. Per crescerli nel momento in cui si formava la famiglia, vicino ai nonni. A loro i nonni e gli zii erano stati vicini sempre anche se non erano in Italia, e forse per questo non avevano sentito la necessità di riavvicinarsi e ri-omologarsi ad un sistema che dava per scontate le nonne e la loro funzione nella società. l’Europa non aveva ancora una costituzione, ma l’Italia era da sempre una repubblica fondata sul lavoro. Sul lavoro delle nonne e dei nonni, unico vero pilastro dell’economia e della società a cui anche i più avventurosi sentivano il bisogno di tornare ad aggrapparsi per una ragione o per l’altra. O almeno così ragionava Sperandei, nelle sue biciclettate mattutine e stipato nei treni di pendolari che volevano solo dormire, con le orecchie turate di canzonette e serie tv. 

Trasferta

  • Ho visto una volpe stamattina.
  • Dove? Dove!?
  • Nel cespuglio all’incrocio prima della salita. Attraversava la strada stamattina mentre ero in bici.
  • Come i cinghiali?
  • No, quelli se ne stavano fermi in mezzo a strada a mangiare spazzatura quando sono dovuto passarci in mezzo io per andare in stazione! Si sono fatti attraversare! Sai, anche a Londra la notte andando in stazione vedevo sempre le volpi.
  • Io non le ho mai viste, ma fanno paura?
  • Sono belle, come dei gattoni con la coda lunga e pelosa. Loro ormai hanno il loro habitat in città.
  • E ad Amburgo c’era il Martin Pescatore… ce lo hai raccontato 1000 volte!
  • Eh sì, bravo, ti ricordi proprio bene! Menomale che te l’ho ripetuto! Andando a lavorare al mattino l’ho visto almeno tre volte sul ponticello che si tuffava.
  • 1001…
  • Voglio vederlo anche io!
  • Qui non c’è, gli servono i corsi d’acqua dolce per pescare. Ma c’è l’Upupa sull’albero della vicina, la Civetta che sentiamo tutte le sere e ci sono i pipistrellini nella grotta…
  • Ma io non li vedo mai…
  • Ma li senti se esci e presti orecchio.
  • Non esco, ci sono le zanzare…

Ogni tanto il lavoro permetteva a Sperandei trasferte in treno un po’ più lunghe del normale percorso da pendolare verso la città. Queste proponevano sfide organizzative di base: come rendersi presentabili dopo la sudata mattutina in bicicletta, prima dell’intervento in pubblico. Lo zaino che infilava nelle borse della bicicletta era normalmente organizzato con il necessario per la toeletta mattutina, effettuabile nel bagno dell’ufficio. Il treno offriva meno spazio, ma non era impossibile. Giacca e cravatta in una busta piegata con cura si potevano estrarre e infilare con qualche equilibrismo nei bagni del frecciarossa. Mentre si districava nello sgabuzzino tra la tazza e il tavolino per il cambio dei pannolini, cercando di non far scattare la fotocellula dell’acqua o dell’aria, ripensava alle miriadi di chilometri percorsi coi treni europei transcontinentali. La notte dei mondiali vinti dalla Germania, su un ICE notturno in Bavaria tra Vienna e Berlino. Il tunnel attraversato col primo treno del Lunedì mattino tra Londra Kings Cross Saint Pancras e Bruxelles Midi, un collegamento amato più per il suo significato che per la sua comodità. La traversata delle Alpi sul treno tra Napoli e Monaco.

Viaggiava in treno sempre quando poteva e il tempo lo permetteva, anche con i bambini. Col più piccolo già a tre anni avevano fatto la traversata dell’Europa in treno. Per anni avevano gestito la routine e la vita del tutto senza macchina, quando stavano in città e ora i bambini gli rinfacciavano quasi ogni giorno “il piano” che là, permetteva anche a loro lunghi tragitti in bicicletta, i quali ora, in collina, erano infattibili per le loro gambe.

Così emergeva nitidamente il suo egoismo. Indegno di un padre, si diceva: quante delle sue “scelte consapevoli di sostenibilità” avevano in realtà un prezzo che pagavano altri, volenti o piuttosto nolenti.

Su uno di questi frecciarossa per andare a un convegno, un giorno aveva dovuto assistere a una lunga conversazione. Il tema era la collocazione di una serie di numero quattro pacchi di carta igienica standard da numero sei rotoli. Al di là dell’insolito formato, la collega dall’altro lato della connessione dati udibile in video conferenza, avrebbe dovuto comunicare all’ufficio preposto affinché venisse mandata dalla linea di comando a chi di dovere la notifica del necessario spostamento, etc. etc. L’impatto ridotto del viaggio della signora che dava queste istruzioni sarebbe stato sicuramente annullato dalla quantità di dati consumati e trasmessi solo per arrivare a svolgere questa mansione vitale. Non si poteva che sperare che per il resto del viaggio non emergessero altre incombenze e non venisse trovato nella cucina sbagliata un pacco di tovaglioli che di per sé, se avessero potuto comunicarlo, forse non avrebbero creduto all’importanza nevralgica della loro ricollocazione. Eppure anche la signora aveva consapevolmente scelto il treno e non l’auto. E Sperandei non era da meno col suo computer e i suoi programmini.

Il libro

  • Allora, com’è andata?
  • La maestra mi ha interrogata in Geografia e Giovanna…
  • Noi abbiamo fatto la “V”, “VVVV”…
  • Fa finire tua sorella…
  •  “VVVV”. E il coding!
  • Bellissimo! Come papà! Ma fa finire tua sorella.
  • Si, grazie… uffa… sempre a interrompere… Giovanna mi ha preso la matita con il panda e ha fatto confusione tutto il giorno
  • Ho capito. E tu cosa le hai detto?
  • Boh, poi la maestra ci ha fatto leggere una storia in cui c’era un topo che salvava il mondo dallo spreco e diceva che bisognava risparmiare l’elettricità
  • Un po’ banale no? E pensare che l’altro giorno ti ho fatto una testa così tra kilowatt ora e kilowatt termici… io invece stasera ho regalato un libro.
  • Come? A chi?
  • In ufficio c’è uno scaffale dei libri in regalo. Sono andato a vedere e c’era questo titolo curioso. Lo ho preso, perché non avevo più niente da leggere in treno. Era una storia di una classe che aveva studiato un progetto artistico in una villa, un bel lavoro trasformato in un libro dallo stesso gruppo di studenti e i loro insegnanti, per quel che ho capito.
  • E lo hai regalato?
  • Beh quando sono sceso dal treno un ragazzo mi si è avvicinato, e mi ha chiesto “che libro leggevi?” anche lui era incuriosito dal titolo evidentemente. Insomma, sicuramente era in fuga da scuola, perché non poteva essere lì altrimenti…
  • Cosa vuol dire in fuga?
  • Non è andato a scuola, non si fa però!
  • Dipende dal motivo e dal contesto…
  • Smettila, non mettergli idee in testa…
  •  … insomma, questo ragazzo mi ha detto che suona e ama i libri e allora gli ho detto se il libro lo voleva. E lui ha sorriso e lo ha accettato.
  • Ma adesso come fai a finire di leggerlo?
  • Beh, ne leggerò un altro! Poi sai cosa mi ha detto? Mi ha detto “Questi sono l’unica cura.” “A cosa” gli ho chiesto. E lui sai cosa mi ha risposto?
  • Cosa?
  •  “Al virus più tremendo che c’è, l’ignoranza.”

La soddisfazione che gli dava raccontare cose importanti e piccole esperienze di significato ai suoi bambini era impareggiabile. Pensava alle fatiche a cui la sua per-così-dire carriera, li aveva costretti, e alle cose che si sarebbero portati con sé di quelle esperienze. Un contesto sociale vario e complicato invece della bolla dell’emigrazione. Imparare che è impossibile non giudicare e non essere giudicati ma che bisogna saperlo e pensarci su. Il rispetto per gli altri in tutte le sue possibili declinazioni perché altri siamo anche noi. Erano contenti dei lavori iniziati nella casa, la vedevano crescere e cambiare dopo esserci stati dentro per mesi in condizioni ai limiti della sopravvivenza. Senza acqua in casa. Senza luce. Senza riscaldamento. Lui era orgoglioso di loro e allo stesso tempo si chiedeva se quella fosse stata una fatica “istruttiva” da far fare ai bambini. Quel ragazzo in stazione, che sarebbe stato un adulto maturo quando loro sarebbero diventati grandi abbastanza da cercare punti di riferimento che non fossero i genitori, sperava lo avrebbero ritrovato. Ce l’avrebbe fatta a mantenere il suo ideale anche contro la proliferazione incontrollata dei ricchi commercianti di chiacchiere digitali? Lui e loro, in un pianeta coperto di pannelli solari e rinfrescato da pompe di calore, trafficato da veicoli elettrici e riempito di batterie, avrebbero avuto il tempo, libero da schermi e slogan, di leggere e studiare, di crescere consapevoli del proprio mondo e distinguere il significato e il senso, lì dove stavano e senza confonderlo con le informazioni riversate a TEU su di loro?

Carta igienica

  • Vorrei prendere una bici elettrica perché possa andare a scuola da sola, ad Amburgo sarebbe già andata da sola
  • Qui non si può, lo sai, oltre al fatto che le strade sono pericolosissime
  • Lo so, ma ci andiamo insieme finché non è grande abbastanza per andare da sola.
  • Non si può, poi è troppo lontano e ci sono troppe salite e discese…
  • Ma con la bici con la pedalata assistita ce la farebbe, magari una di quelle con le gomme larghe
  • Ma poi dove la mette? E comunque il giro lo devo fare lo stesso in macchina.
  • Ma vuoi mettere l’autonomia, il senso di indipendenza?
  • Ma se anche te dici che ci rischi la vita tutte le mattine?! Ci manderesti lei a undici anni?
  • Non a cuor leggero, no, ma cosa vale di più? La paura di un rischio che comunque si corre anche in macchina oppure il senso di libertà dell’autonomia nelle piccole cose di tutti i giorni?
  • Sei fissato.

Sul frecciarossa di ritorno da un’altra breve uscita di lavoro Luigi aveva trovato un po’ di spazio e di riposo dopo tante parole. Se ogni parola letta su quei vagoni fosse stata contata come un frammento di credito contro l’ignoranza forse davvero si sarebbe potuto far sensatamente tornare i conti e rendere i viaggi sostenibili. Ma si sarebbero dovute escludere le parole vuote, quelle vane, quelle scritte senza ricerca, senza riflessione, senza rileggerle, cancellarle e riscriverle almeno venti volte.

Non aveva più bisogno di cambiarsi, era il ritorno, il viaggio di sera, quasi di notte, scelto al posto di un pernottamento, per risparmiare e perché la corrente di notte costa di meno, quindi anche il treno consuma meno, pensava. Dal finestrino non si poteva più guardare, si poteva però leggere. Aveva un libro di storia delle opere d’arte. Prese di mira dai mafiosi. E ora dagli attivisti impegnati a lottare per salvare il pianeta o il suo clima. O soltanto il loro stesso futuro e guadagnarsi una fama da sciocchi. Cosa non era chiaro a questi giovani, che invece il ragazzo alla stazione che aveva accettato il libro percepiva così limpidamente? Quanta umiltà serviva per fare la propria parte.

Sopravvissuto ancora una volta al fetore insostenibile dei sottopassaggi e al rumore delle grandi stazioni, aveva raggiunto il paese con l’ultimo treno, quasi vuoto, ma non privo del diverbio rituale per un biglietto mancante, gestito con maestria da uno stoico capotreno.

La bicicletta era là. Forse il compare di palo era finalmente riuscito a procurarsi un’automobile. Luigi attaccò le borse, mise il casco, i guanti, e si collocò in sella. Quella che era stata salita al mattino sarebbe stata una lunga discesa. La ripida discesa del mattino meglio farla a piedi di notte, sperando di non incontrare cinghiali o cani randagi. Magari meglio fermarsi a dare un’occhiata al cantiere? Meglio l’indomani mattina, non sarebbe cambiato niente. Un ultimo sguardo all’applicazione che teneva il conto delle calorie bruciate e acquisite. Con quel giro in bici sarebbe arrivato in pari a casa, e anche quel bilancio, di prodotti consumati e attività sostitutive gli avrebbe garantito una di quelle piccole soddisfazioni quotidiane che servono a non ignorare la sveglia del mattino.

Il ghiaccio era ormai troppo raro per prenderlo in seria considerazione. Domani sarebbe tornato in treno a lavorare, per pagare il mutuo e vedere finiti i lavori per una casa a impatto positivo, con tanti alberi, consumi bassi, energia pulita. I bambini sarebbero stati felici e orgogliosi. Le macchine sfrecciavano indifferenti lungo la strada senza ciclabile mentre pensava così, abbagliandolo per inutile dispetto. La luce rossa brillava dietro il sellino. Ogni spinta sul pedale una piccola rivoluzione. Ogni metro un passo verso un cambiamento necessario, ogni frenata un’attenta considerazione delle circostanze attuali per valutare il prossimo passo verso il futuro.

Fino alla rotonda alla fine della discesa. Fino all’incrocio distrattamente ignorato da un macchinone troppo ingombrante per curarsi di un inutile ciclista notturno.

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