ad Anna Maria Farabbi
(nella sezione OCTOBRE, in La rivoluzione è solo della terra, Manni, Premio Renato Giorgi, Lecce, 2002, p.16)
“fonda / come collo di tartaruga dall’acqua fonda come tartaruga prima marina poi di terra / è l’animale che in questo momento mi sembra / il più innocente grande animale della fatica // la fatica sarebbe contemporaneamente in due o più punti di vista diversi // mettiamo la solita stella // fonda deriva da affonda le fondamenta / le fondamenta affondano in terra trapanano il suolo ci mettono sopra qualcosa di nuovo / io in questo periodo la cosa che sento più forte è la fatica che faccio… // scusatemi se mi interrompo // fonda è un colore una tinta fonda / mio nome bifronte materia severa di una parte di me fonda è quel suono gong della sera / forse la scrivo solo perché l’ho sentita mia amica fonda: / un’amica 21 ottobre 1996, 17.30”
La tartaruga emerge a poco a poco (prima solo il “collo”, c’è un lasso di tempo tra “marina” e “di terra”)– quasi con fatica – dal mare; la “fatica” non scelta (“innocente”) dell’evoluzione che qui di fatto significa essere a lungo “contemporaneamente due / o più punti di vista diversi”. Mi pare che qui Paola si identifichi: da quell’io negato che la fa sentire/essere esclusa, ad un nuovo sé che le permetta l’inclusione. Un percorso molto difficile e lungo, non credo mai pienamente attuato. Non so se la “solita stella” sia quella dei Re Magi, ma potrebbe essere quell’Anna Maria Farabbi a cui Paola dedica la poesia e che le è stata certamente indicativa di alcuni percorsi, non solo poetici. Infatti il settimo verso sembra indicare un topos, in parte della sua, ma specialmente di Farabbi, scrittura/riflessione, e cioè cercare dentro le parole, nella loro genealogia, la concreta origine e il percorso di senso. Dice Paola nel saggio Dell’io e del tu senza corpo nella poesia delle donne, in Ulisse, Lietocolle, 2004, riferendosi al suo percorso di scrittura:
“Le parole dovevano essere così elementari e così attaccate a quello che ‘portavano’ da non poter essere mai fraintese. (…) Questo rapporto letterale con le parole sulla carta mi portava verso l’alfabeto a ‘vedere’ come si era costruita la parola a partire dal segno/simbolo originario. Cercavo di far parlare le parole tra loro attraverso lo spazio che andavano a disegnare nella pagina.”
Certamente, il suo, di Paola, era/è un modo di ricerca più affine a quella che è stata anche chiamata ‘poesia visiva’, mentre in Farabbi il percorso è più etimologico. Sono abbastanza sicura che l’intenso scambio letterario con Farabbi le abbia aperto una più complessa attenzione alla parola. Per recuperarne l’interezza semantica, anche attraverso paronomasie che non sono giochi di suono, ma tangenze di significati, non a caso ripetute ma con diverse attribuzioni, polisemiche: “fonda… affonda… fondamenta / … fondamenta affondano… fonda… / fonda… /… fonda”. Come ripercorrere un’evoluzione non solo semantica, ma della specie umana stessa. Per risalire all’origine e al “lavorio del mondo” di un essere plurale, capace di guardare con “due o più punti di vista”, il diverso, il nuovo. Continuando a contenere il fondo abissale (vero maelstrom, in quell’‘affondare’, ‘trapanare’ il suolo della ricerca) con la solidità di una base d’appoggio, che è insieme base per una nuova costruzione. E con la fatica. Che è la propria fatica – è dichiarato al nono verso – coniugata ad un fisicissimo ‘sentire’ e ‘fare’, veri topoi della poesia di Paola. La doppia pausa di silenzio annuncia un’interruzione della scrittura, anch’essa fisicamente data palpabile al lettore (convocato ad personam: “scusatemi”) col doppio bianco interlineare. Che non è solo spazio di silenzio poetico, ma pausa d’azione scenica. Paola era molto attiva col teatro. Questi ‘bianchi’ di silenzio, frequentissimi, sono azioni della sua ‘messa in scena’ di parole. Qui non si tratta di una semplice sosta. Succede qualcosa. Infatti “fonda” si apre adesso ad altra connotazione, coloristica: “tinta fonda”, che richiama un possibile corpo unitario lessicale d’origine – qui potrebbe essere ‘fondotinta’ –, portato, per quello smembramento lessicale così consueto in Paola, ad un più largo ventaglio semantico. Non credo che “tinta fonda” richiami una superficiale coloritura cosmetica, magari ‘cupa’ o ‘scura’, quanto piuttosto un nuovo, diverso modo di proporsi di Paola, duale rispetto al precedente, appunto un ulteriore punto di vista, soprattutto se il successivo “nome bifronte” fosse da intendere come Paola-prima e Paola-seconda, “contemporaneamente in due”. L’in-definizione, comunque, dice di uno stato profondissimo e nuovo del sé raggiunto. Io credo, però, che lei, Paola, abbia associato a sé, adesso, come “nome bifronte”, quello di Anna, riconosciuto, assunto come “parte di sé”, parte concreta, “materia”, che incide nella carne-psiche, e incide con severità, cioè pro-fondità, magari faticosa da sapere accogliere. E i motivi sarebbero quelli dei versi finali, quando nella scrittura si rivela –letteralmente uno svelamento, con “quel suono gong della sera” – un rapporto reale di “compagnia”, sentito con la “mia amica fonda”. Alias: “un’amica”, isolato a sé nell’ultimo verso, come un’ulteriore precisazione. Quale? Non certo col senso di ‘una fra tante’. Io credo col senso della più comune esperienza umana, cioè come un modo di viverla, sentirla, nominarla alla maniera di tutti: normale. Se si pensa a quanto Gertrude Stein ha influito su Paola – la Gertrude che ha scritto l’autobiografia della sua compagna – non è così particolare l’assunzione del nome di Anna da parte di Paola, anche lei “adesso che la scrivo”. Così come appare evidente che “fonda” non è più una parola, un aggettivo, ma un’entità reale, che – scritta – è Anna Maria Farabbi.
Penso sia interessante abbinare questo testo ad una poesia, pubblicata in Ardesia Edizioni, Roma 2004, col titolo Venerdì, tre giorni, tre poesie con datazione 23 maggio 2003, presente nella raccolta autografata Buone nove, senza data e così pubblicata in Turbolenze in aria chiara, Empiria, Roma 2008, p. 148, ma con data sottoscritta 22 marzo 1997.
Il titolo “CARA ANNA MARIA” mi pare identifichi la medesima Anna Maria della precedente poesia. Tipica forma d’inizio di lettera che spesso proviene o effettivamente è l’inizio di una vera lettera in forma di poesia. “Sta dentro di me/ un’alba delle cose”: potrebbe coniugarsi con quell’ipotesi, sopra, di ricerca dell’origine: di sé, della parola, e, dalla parola, della cosa. Che non è, si è detto, ricerca erudita, ma per Paola bisogno di trovare e di darsi “fondamenta” solide. Non si dimentichi quanto scritto nel saggio-questionario di Ulisse. Ma dopo un doppio spazio di silenzio: “matura così in fretta / mi fa quasi // (ancora un doppio spazio di silenzio, n.d.r.) spavento”. Perché è un andare oltre i “due o più punti di vista diversi”. È un espandersi ad essere insieme a tutte le cose. Le date da Paola sottoscritte pospongono questa apertura a quella verso l’amicizia con Anna. Che potrebbero testimoniare momenti del percorso proiettati ad un vero incontro con l’altro-da-sé. Questa apertura, comunque, non è innocua: ‘spaventa’. E qui sento di poterla accostare ad un’altra donna venuta in strettissimo contatto con le cose:
“(…) io avevo paura di una certa gioia cieca e ormai feroce che cominciava a prendermi. E a perdermi. La gioia di perdersi è una gioia da sabba. Perdersi è un pericoloso ritrovarsi. (…) io stavo sperimentando il fuoco delle cose (…) Io stavo vivendo della tessitura di cui sono fatte le cose. Ed era un inferno (…) Ero entrata nell’orgia del sabba. (…) Io so! Io so con orrore: si godono le cose. (…) E l’inferno non è la tortura del dolore! E’ la tortura di una gioia.” (Clarice Lispector, La passione secondo G.H., Feltrinelli, Milano, 1991, p.93)
“dammi la mano” – le stesse parole di Lispector, tante volte, ne La passione –, allora, è l’unico sbocco possibile: il contatto stretto con l’amica, perché “stammi vicina” non è un generico modo di dire, per Paola, ma l’accettazione, l’incontro con un diverso essere-sentirsi insieme alle donne prima, per arrivare agli altri tutti.
È così che io preferisco interpretare il polisemico unico verso di un’altra poesia intitolata “Anna”, facente parte di un fascicolo di inediti datato 23-12-1996, presente in Turbolenze, sezione Amicizie, p.103: “io mi fermo con chi sono e vado incontro alla mia fortuna”. Paola ‘sta’, dopo essersi ‘fermata’ con “chi” riconosce “una parte di me”, e, fattasi “due o più”, non esita a incontrare la “fortuna”, sua, cioè di un sé forte della congiunzione. Il verso potrebbe leggersi soggettivamente, cioè un sottinteso io al “sono”, quindi come l’accettazione di una propria impermanenza, non uno ‘stare’, ma un ‘essere in divenire’, non lontano dalla tartaruga in evoluzione di cui sopra (l’anno è il medesimo), che si fa anche accoglienza dell’“incontro” casuale con la “fortuna”. Che, però, comunque, è “mia”. Quasi voluta, scelta. Il verso potrebbe, però, anche essere letto come portatore di una casualità diversa, cioè riferita all’‘essere con un qualcuno qualsiasi’. Ma significherebbe un ‘fermarsi accosto’ indifferenziato più che un’accoglienza, passibile anche di un’apertura mistica, se pensato positivamente, eppure con un ‘retrosenso’ di pericolosità, se si pensa a quanto Paola diceva del suo essere-scrivere passato, nel saggio Dell’io e del tu in Ulisse:
“scrivendo non riuscivo mai a dire io senza dovermi negare. (…) volendo testimoniare attraverso la mia scrittura il collegamento tra l’Uomo e l’Universo (…) io partivo da me (che scrivevo) ma poi arrivavo sempre inconsapevolmente in un’identità che sembrava indistinta (noi) ma che poi si rivelava essere solo maschile. Quando pensavo a tutti gli esseri umani dovevo scrivere genere umano se non volevo scrivere uomini. Nel genere umano ero indistinta, tra gli uomini ‘non c’ero’. (…) io non c’ero in quell’universale-noi (…) Io uscivo da me scrivendo e poi non potevo tornare a me. E poi, quando avevo finito di scrivere, chi aveva scritto?”
Quindi anche la “fortuna” si connoterebbe di fatalità, magari con un po’ di ybris in quell’‘andare incontro’.
Non credo sia ipotizzabile questa lettura. Soprattutto se si va a far combaciare questa “fortuna” con quella che Paola ci fa incontrare nel bellissimo Clima vitae, datato 19 maggio 2004, presente in stellezze, Al3viE- pièdimosca edizioni, Città di Castello (PG),2024, p.25-26-27:
“(…( mi sono seduta sul bordo di un’aiuola nel cortile di casa mia. (…(L’andirivieni di persone nel cortile. Questo piccolo grande villaggio in cui abito. Ho detto grazie. Sono fortunata. No, non l’ho detto. Non l’ho detta. L’ho sentita. / La fortuna. // La fortuna è come l’impronta di una zampetta di un uccello, la zampa di un animale o / l’impronta di una lucertola, immobile e con la testa alzata / nel tempo / e quando qualcosa di te ci rimette piede e ricoincide con quell’impronta sei nella tua fortuna. (…) Ogni volta a sedermi lì nel cortile, / (…) è come potessi congiungermi con la mia storia / (…) mi vengono in mente dei versi [di Paola, n.d.r.] (…) / (…) che (…)appartengono a tutti, perché dicono / qualcosa che ci appartiene / appartiene alla nostra storia di umani // ed è questo che fanno / nostra fortuna e poesia // (…) Io mi fermo con chi sono e vado incontro alla mia fortuna // Fortuna e ‘catena’ un tutt’uno // La catena per diventare fortuna allora mi ferma, mi fa stare immobile come la lucertola, mi fa seduta… // Ma il cortile è quello della casa che fu dei miei nonni // (…)ma a differenza di altri giorni so contemporaneamente che alzarmi ora da lì non è più un andare incontro alla mia fortuna ma portarla, esserlo. / Come fosse questa una forma di maternità. / Io la sento. E la amo.”
Per arrivare a questo, Paola ha dovuto passare momenti davvero difficili, di “sfibramento”. Fino a quella che lei chiama “Rotazione”:
“Tutto il dentro me ruotò e il fuori me entrò in me. Tutto quel dentro, anima spirito, inconscio, mistero che fosse, prepotentemente mi faceva vedere sentire udire. (…) Cominciavo a scrivere il mio innominabile ‘segreto’. La prima affermazione necessaria per dire al mondo-lui-genere umano che volevo scrivere e non volevo farlo ‘inutilmente’, era dire chi non ero. E qui bisogna che noi leggiamo quello che si vive dentro questo: chi io non potrò mai essere: un uomo né ‘quindi’: un poeta. Mentre faccio ciò che desidero, per avere la certezza di essere accettata pienamente per quello che sto facendo, non trovo altro modo che negarmi. (…) Non dissi più per anni: io penso, io credo, io so. (…) Dopo quasi dieci anni, chi mi ha dato una chiave per capire (…) è stata Luce Irigaray (…) Mi impongo di dare nome e corpo al tu a cui mi riferisco. Nome sesso e quindi corpo. Alcuni possono definire tutto questo ‘scivolare nell’autobiografismo’ ma per me è necessariamente qualcosa di più. (…) Cominciavo a poter distinguere quanto appartenesse alla sfera del loro [delle donne che scrivono, n.d.r.] vivere e quanto appartenesse al ‘linguaggio scritto’, alla lingua e anche alla storia delle donne con/nella scrittura della lingua e quanto avevano fatto e come per riuscire a portare nella lingua poetica i loro contenuti. Di farlo per tutti. Quanto era costato arrivare a quel ‘noi’ sentendosi così ‘maledettamente sole’ dentro la pagina scritta” (Dall’io al tu, in Ulisse, cit.)
Interessante è comunque leggere come Paola, mentre si inoltrava in una consapevolezza di scrittura ‘di donna’, mantenesse comunque un’attenzione critica notevole anche verso la nuova prospettiva, come si vede in questo saggio (che rispondeva ad un questionario sulla scrittura femminile proposto dal Gruppo’98 di Bologna nel 2004) presente in Progetto patchwork, Futurcopy, Bologna 2006:
“Non so fino a che punto sia fecondo e utile individuare un “canone femminile” o se invece sia più fecondo e utile per noi prima individuare meglio i punti in cui l’espressività femminile resta ancora prigioniera e sofferentem intrappolata, ripetitiva. (…) uno dei punti che ha smosso all’inizio un cammino dentro di me e poi nella scrittura è stato chiedermi: “Ma com’è che tantissima poesia scritta da donne parla tanto e sempre e in una maniera “particolare” (…) di negazione, assenza, ferite, esilio e sembra che se ne nutra? Che da lì parta e lì torni?”. E stavo parlando anche di me. Dov’era una mia felicità, una mia gioia? Perché non trovava la sua espressione? Si scrive solo per esprimere una “sofferenza” o perché spinte da un “disagio”? (…) io avevo bisogno di ritrovare quella gioia e quel piacere di “riuscire” a scrivere che avevo conosciuto quando avevo cominciato a farlo “senza che nessuno lo sapesse”. // (…) Essere donne che scrivono è così “infelicità”? O proprio è (stato) l’essere donna che, una volta scelto di scrivere, pone (poneva) già in “tristezza”, in “fatica”?” (pp.30-31)
Tra lettere (spesso in forma di poesia) e poesie emerge anche un rapporto complesso con le donne, amiche o altro che siano. Nell’ottobre del ’96 scrive ad un’amica:
“lasciati abbracciare / fidati di me / prova a farti prendere la mano e ad attraversare il bosco insieme ad un’altra donna // niente niente niente e nessuno può essere cosi concretamente vero per una donna come / l’abbraccio di un’altra donna / l’ho scoperto da poco e ho voglia ecco sì di gridare che niente niente e nessuno niente niente e nessuno è stato così rivoluzionario per me / quanto avere fiducia in un’altra donna” (in Stellezze, cit., p.13)
Nella notte tra il 2 e il 3 settembre del ’97 sogna di andare a “piedi nudi” per “una strada allagata di vino rosso” verso un “paese”, dove “le donne stanno preparando una festa lassù / come ogni anno” (in La rivoluzione è solo della terra, p.56): lei è ancora in cammino. Il 13 settembre del ’98 scrive “a Chantal” una lettera-poesia “per uscire da una confusione dopo un litigio” (da Buone Nove in Turbolenze, cit., p.151):
“(…)aiutami mi viene da dire ma non so a chi sto parlando // ecco che qui il non sapere è veramente la verità e quindi uno sbaglio / un’ingiustizia // C’è ingratitudine quando scrivo non so a chi sto parlando // (…) // sola / la paura // scusami per la mia / ti ho chiesto aiuto e ho fatto male // ma mentre qui ti parlo io non ti vedo / mi debbo ricordare che sei una donna / perché tu ora sei lontana / indefinito essere // persona”
Nel fascicolo datato 22 dicembre1996 c’è una poesia intitolata Caterina (pag.107 in Turbolenze)che a me sembra una splendida sintesi di Paola dei diversi percorsi che poi sono andati raggruppati sotto il nome di ‘mistica femminile’. Un anonimo – se non fosse per il titolo che può rapportarsi a più di una mistica/santa – plurale si fa soggetto: “Hanno chiamato nulla la distanza / che ci separa che ci tiene in salvo la vita”, versi in cui varie antitesi aprono e annullano dogmi irresolubili: se “la distanza” è tra noi e l’inizio, la creazione, quella che segna una separazione dall’origine, dolorosa ma necessaria alla vita – che è data come autonoma e da sé responsabile e, quindi, per qualcuno, abbandonata –; distanza necessaria perché la vita sia “in salvo”, abbia un senso finale, un riferimento alto ed altro in cui sperare; allora il chiamare la distanza “nulla”, quindi annullarla, quindi rientrare, fondersi con l’origine, ma non dopo, bensì dentro alla vita, allora è un’azione – ma sarebbe meglio dirla ‘sensazione’, con la forza tremenda di una corporeità oltrematerica – comunque fuori, oltre la creatura, quasi una sfida tracotante. Essere divine, e di più, oltre ad essere con dio, essere dio in dio. Come non ripensare a Margherita Porete? Invece “altre hanno fatto amore / del nostro acume rotto / nel cuore delle sante”. L’”acume”, l’intelligenza, la razionalità, il gran vanto della ragione viene “rotto”, cioè disfatto e trasformato, che è la sintesi di quella significativa consonanza “fatto”/“rotto”, dove il fare precede il rompere, essendo “amore” l’agente metamorfizzante. L’amore, dai tempi stilnovistici, fa a pezzi/scombina e poi trasforma benignamente. Per eccellenza questo avviene nel “cuore”, organo ancora oggi deputato nell’immaginario al sentire emotivo, e nel cuore “delle sante”, che, anche senza elevarsi all’identità divina, con l’amore hanno camminato un ponte d’acceso all’incontro e alla congiunzione con dio. E sempre al seguito di uno sguardo di donna (Sguardo di Raffaella, in Turbolenze, p.117), nello stesso fascicolo, Paola si chiede: “e se in tutti la preghiera portasse uccelli portasse seme”, dove sento la “preghiera” allargarsi nella sua matrice di desiderio e tensione/speranza verso qualcosa, fino a pensarne, crederne,– diventando “uccelli”, volando via dal qui-ora monco – e ‘farne’ addirittura ‘la realizzazione’, magari nell’immaginario, magari solo un “seme” che germoglierà l’alternativa. Non è un percorso facile, soprattutto se ripensiamo a quanto ci ha detto in Dall’io al tu. Esemplificativi questi due testi, datati sempre 1996, presenti nella raccolta autoprodotta E forse io chiamo amore, (editi ora in Turbolenze in acqua chiara,nell’omonimasezione, pp.72-73), dove credo sia ancora tangibile la fatica di quel trapasso, di quella “rotazione”:
“Se s’avvicina ciò che di me è stato / insonne sogno di clausura mio possesso lotta / per la supremazia dello spavento //”
(Da ricordare qui le parole in Dall’io al tu: “Non ero io che scrivendo o parlando ero ‘ermetica’, ‘complicata’, ‘impazzita’ perché ero una donna ma perché volevo esserlo”.) Così, ai versi successivi:
“// allora trema e tremi la ragione / di uno stato terremoto / mio sesso nato da sesso uguale”
si abbinano queste altre parole in versi di Dall’io al tu: “fui soccorsa dalla pazzia”, quando cioè la “ragione” maschile fu travolta dall’“ordine simbolico della madre”, per dirlo alla maniera di Muraro. Così, nella poesia a seguire obiettando al “tu pensi che le donne siano inesauribili”, sento un silenzioso forte ‘sì’ nel doppio spazio bianco che prepara alla precisazione e cioè: “non certe mani tra la terra a cercare / di diventare esse stesse utensili //”, ma piuttosto… E di nuovo, come reticente, un doppio silenzio, quasi liturgico, perché si chiude con un forte sospiro liberatorio: “// oh non è logica [secondo la ragione di cui sopra n.d.r.] quel che si vive accanto all’innocenza”. Le madri e l’innocenza. L’innocenza, affermata contro tutte le accuse, da Eva in poi, perpetrate contro le donne. L’innocenza di uno stato che è vergine in quanto ancora in nascimento. Come quello della tartaruga iniziale. Un approdo c’è stato. Diventa altra l’origine a cui ricongiungersi. Scrive nella lettera dell’ottobre 1996 (cit.):
“cara / io adesso piango cioè verso le lacrime no non è vero io lascio scivolare le lacrime le faccio uscire fuori / questo pianto è necessario / questo pianto è necessario per sapere quanto quanto quanto ci è mancato l’abbraccio di / nostra madre / ma anche e soprattutto quanto l’abbiamo anche rifiutato / l’abbiamo cercato altrove soprattutto l’abbiamo cercato negli uomini / ma senza l’abbraccio della madre non ci può essere rapporto d’amore scambio di affetto con gli uomini / e anche l’abbraccio con la madre significa, lo capisco solo ora, accogliere in maniera diversa la pazzia”
Deve passare tanto tempo ancora per potere scrivere nella lettera a Vittoria del 24-25 maggio 2005 (in Stellezze, p.20):
“L’anima che è stata ceramica, argilla…polvere di terra… è un’immagine suscitata proprio dall’inizio del mio riavvicinamento ad una preistoria… quella delle donne… è stato un modo che mi ha fatto sentire in comunione con il lavorio delle mani delle donne di allora… (avevo bisogno del tocco, del contatto) come anche il corpo che è stato vaso… le forme dei vasi riproducono forme femminili del corpo…”
Non si tratta di un’origine verticale, diacronica, ma di una consistenza corale sincronica. Nella medesima lettera precisa: “in un certo senso nostra madre rappresenta la prima dea madre con cui abbiamo a che fare. Che la rappresenta anche a sua insaputa naturalmente.” Non è stato facile, ripeto, come si vede nel testo di Stellezze, Buone nuove, p.62, datato 30 dicembre 1996, in cui Paola dice:
“teniamole le madri al loro posto / nel posto che spetta loro di diritto / prima di noi // vedi ora quanta dolcezza quando ci offriamo / stavo per scrivere quanto soffriamo / cara / amica / mia”
Sento molto potente questa specie di scambio madri-amiche. Si parla ancora di sofferenza. Vedremo altrove come Paola sentisse ancora tanto fragile la propria identità. Ad esempio, manchevole di progenie. Allora, per concludere, mi sembra significativa la poesia Acquaforte (in Stellezze, p.43), facente parte della raccolta Amicizie, databile prima del 2004:
“donne / intente a cesellare paragoni a dividere le pietruzze dalla terra a / scambiarle per conchiglie / a sentirci anche il mare // donne dentro tracce di perimetri scoscesi antri panorami / di civiltà passate eppure bombardate // e ci sono io che trascino lo sgabello vuoto / il guscio di lumaca // tutto quello che ora voglio / essere stata”
Nota: Ringrazio Anna Maria Farabbi che col suo lavoro di ricerca documentaria e cronologica intorno ai testi di Paola Febbraro, pubblicato in appendice a Stellezze, mi ha permesso in molti casi una riflessione più fonda su testi collegabili in parallelo.
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