LA FORESTA AMAZZONICA NELLA POESIA DI Leandro di Donato LEANDRO DI DONATO, LA POESIA NEL CORPO DEL VENTO

Un percorso attraverso Il corpo del vento di Leandro Di Donato

Di Felice Edizioni (2021)

La poesia di Leandro Di Donato, come il Sud, è foresta amazzonica. Sud e foresta quasi utopici, là dove non sono stati ancora troppo violentati. Nel prorompere della potenza arborea e animale: quelle radici che muovono l’immobile e raggiungono il lontano, quella tensione spasmodica alla luce, quella ricchezza, molteplicità quasi infinita delle specie nel loro reciproco darsi e prendersi per esistere e fare esistere, quella con-correnza, possibile di aiuto e di affronto, per sopravvivere; nel sodalizio tra una grand’acqua portatrice di vita – uomini e fanghi – e una terra aperta ad accogliere e far fruttare ogni incontro, esondazione, invasione. Leandro e Sud e foresta feriti, dissanguati dalle grandi emorragie dell’Antropocene, eppure ancora barocchi, teatrali, nel senso più profondo dei termini: l’accumulo ridondante di foglie, di racemi dorati, di eredità, di intrecci, quasi impossibili da credere vivi e non miraggi di cartapesta. Non fosse per quelle feste corali, religiose e mitiche, codificate rituali nei millenni, che scansionano la vita del Sud dai battesimi alle cappelle funerarie dei cimiteri; non fosse per quelle barche che portano uomini dispersi come ieri portavano Ulisse e i suoi; non fosse per quel fiato d’aria che la foresta ancora offre al pianeta boccheggiante; non fosse per la passione che si svena dai versi di Leandro. 
È poesia civile, non solo dove l’impegno è rivolto a tematiche sociali, culturali, politiche, ma anche quando il poeta accampa motivi personali, addirittura impressioni effimere, perché il soggetto che si dichiara è sempre indissolubilmente connesso col proprio tempo – crisi, problemi, modificazioni, errori, aperture. E questo non per una scontata connessione dell’umano col proprio ambiente storico, ma davvero alla maniera di un qualsiasi interscambiabile oggetto del mondo in osservazione. Che è la maniera con cui la poesia pratica l’impegno civile, l’impegno politico, a volte anche sconfinando in affluenze retoriche. Ma c’è una retorica che non si può evitare quando è entrata nel rito, nel simbolico, nel sacro. Purché non sia venuto meno lo spessore della consapevolezza, dell’onestà, del rispetto. Anzi, allora, retorica da ritrovare, in questi tempi di grandi cancellazioni, metamorfosi e svuotamenti della memoria corale.

I temi
Nella poesia di Leandro Di Donato domina una critica diffusa della situazione presente, denunciata molto deficitaria, di cui vengono indicati anche gli errori storici generativi: come nella poesia dedicata a un “Padre Novecento” (p.52), in cui l’impressione di un calco del vocativo di Paternoster testimonia la connessione profonda della persona che dice con la realtà storica, sociale, umana che è detta. Questo Novecento è infatti anche il luogo dell’origine, uno sperato Eden per le sue “cattedrali dei pensieri”, tradito invece dal “primo passo sbagliato” – espressione che richiama anch’essa una genesi fatale da peccato originale – che ha ‘inchiodato’ all’immobilità i “sentieri” -prospettive. Come non pensare alla grande utopia di uguaglianza e giustizia sociale finita nelle maglie dei gulag di una tragica tirannia per niente dissimile, come Arendt ci ha mostrato, da quella che la disuguaglianza predicava fino allo sterminio? Le curve faticose dei “tornanti” cruciali del secolo passato si sono schiantate, dissolte in “angoli” che hanno recluso “negli archivi” “le strade” variamente intraprese – pur se a volte sono stati “tentativi riottosi e inconcludenti”: come il Sessantotto, per esempio?  Nei “bilanci” rivolti anche “al me che aspetta”, emerge una “trama” di “altre luci e altri squarci”, di “nodi e fili spezzati”, in cui il Novecento è “a specchio dei miei anni”. Forse proprio per questo “la luce” sul visibile non lascia margini, perché “brucia i veli dei nascondimenti / e le cartilagini delle buone intenzioni” (p.58).
Le città sono divenute irriconoscibili, fasulle, percorse da “gironi infernali di strade ostruite”, non per il traffico, ma per l’assenza di sbocchi e prospettive, dove si lasciano “le ossa stese ad asciugare” – “Ossa di acciaio” che “reggono / carni macilente di case ferite”, con “mura amputate / corridoi ortopedici” (p.24) –, dove il tempo è ossimoricamente “affannato e immobile” (p.62). Vengono affrontate alcune drammatiche situazioni, tra speranza e pessimismo: come i morti sul lavoro, come la liberazione di ex-prostitute, come l’assurdità delle stragi in nome di divisioni nazionalistiche e religiose. Come il fenomeno sempre più diffuso di abdicazione alla ragion propria, quando “Rotolano di bocca in bocca / gli avanzi delle opinioni”, nel “rifiuto di ogni forma / diversa dal canone delle sottrazioni”, cioè diversa dalla riduttiva semplificazione operata dalle ideologie, per cui l’immensamente vario “mondo” di campanili e minareti, di nero e bianco, di dentro e fuori, è “schiacciato” nel folle ossimoro che inventa “la somiglianza della deformazione”, per la quale è possibile costruire graduatorie negative di gruppi, atte a giustificare successivi genocidi (p.44). E come gli affogati dei barconi, efficacemente  mostrati a compattare nel Mare Nostrum la nuova “terra dei corpi emersi”, corpi non anonimi, ma dai “nomi che non si sanno”,  (p.38), perché, come emerge nel drammatico gioco paronomasico di antitesi: “Ti ho dato un visto / (non per entrare ma per affogare) / ma non ti ho visto / tra la massa scura dei respiri / (…) / Visto, ti ho visto / tentare di domare le onde imbizzarrite / delle nostre paure / e andar via dentro (…) / onde gettate da onde, oltre la mia vista, / pronta ad appendere lo sguardo sereno / su spiagge aperte all’estate.” (p.41). Questi “dannati” sono seguiti anche nei “naufragi di terra”, quando divenuti “carne assolata di rosso pomodoro”, si coniugano, uguali, a quella “carne assolata di bianco cotone” degli schiavi della “lontana Louisiana”. Adesso lo schiavismo è dislocato nei nostri “mondi di cartoni e plastiche”, dove, nella “piazzetta”, i nuovi schiavisti si mettono in mostra sorseggiando, a comando, “nell’ora fatale gli aperitivi serali” (p.47).
C’è un orizzonte nel presente, che dovrebbe profilare la realtà e la sua proiezione al futuro, e che invece perde componenti essenziali (“il mare non si vede più” (p.13)), che si lacera nella sua percepibilità: “rette spezzate di prospettive” (94). E c’è il forte disagio della perdita di un passato. Non solo nel bilancio del secolo scorso, dove le “utopie” hanno rivelato un “soffio breve”, “disperse dai ragni delle ideologie” (p.52). La perdita è anche di identità, di tradizioni e di coralità: “il mosaico nuovo degli spazi” frammenta “i disegni usuali”, così che “i passi smarriscono / (…) / la sequenza conosciuta” e le fantasticherie dell’infanzia e il senso di mistero nella scoperta del mondo. 
Ma occorre accettare l’impermanenza del divenire, senza farsi trafiggere dalle “lame affilate” dei “ricordi” (p.94). Nelle “trame sottili di polveri” della “finestra chiusa”, si disegnano infatti “mappe di nuovi mondi”, e, come bandiere e braccia e “ali”, “i libri letti e persi tendono le pagine aperte”, affinché ancora una volta “la scia scura del giorno” venga abbracciata e capita, invece che farsene inghiottire e cancellare. Questo è il monito, non a caso, con cui si chiude la silloge (p.95).
Frequentemente è additata l’incapacità di reazione degli uomini che abitano il presente, a cui non si sottrae l’io che parla: “le mani / incapaci, ora, di stringere nodi”, ma anche di “proteggere speranze” (p.13).  Al poeta è “scaduto il mio permesso di soggiorno / nella città delle illusioni”, e anche un molto ipotetico progetto di “rinnovo”, ormai lo avvicina con le “mani tenute, per precauzione, in tasca” (p.58). Infatti, “non è più tempo di effetti speciali”, di utopie, speranze e proiezioni vertiginose al futuro: “le pietre” amaramente restano pietre, “non si flettono” a nessuno sforzo (p.59). Qui con versi molto forti, immediati nella loro crudità, il finale si fa giudizio inderogabile, sotto uno sguardo che ha perso ogni capacità di miraggio: “Solo le ossa denudate dai tentativi / battono la ritirata. / L’ennesima, ma non è a passo marziale, / manca la dose minima di retorica.”  (p.58).  Un’eventuale fittizia “tregua” convive, e quindi non annulla le “armate disfatte di pensieri”, quando “si accalcano alla cerimonia / della pesa”, dove il loro valore messo a fuoco ne decreta un “destino” di annichilimento e costringe ad un cambio totale: “si gira versante” (p.69). Ma in una costante incertezza e instabilità. 
Non mancano isolate e piccole resistenze. Perché, eppure, è da qui che, in un indefinito futuro su cui si proietta una speranza – da folli, a denti stretti –, altrettanto indefiniti soggetti plurali “passeranno per tornare” e “per guarire le ferite” e fare “bandiere” delle “bende” sciolte (p.63). La bandiera è un correlativo oggettivo forte: chi parla ne ha “bisogno”, “per dare al sole un approdo, una terra”, che sia discrimine certo tra “i meridiani di luce / e i paralleli d’ombre”, per far rifiorire quelle idee complesse, capaci, nel proporre il proprio concetto, di aprirsi al dubbio e al diverso da sé (p.36).
Ci sono, infine, testi molto personali. A volte sembrano impressioni, ma alcuni versi hanno l’immediatezza della rivelazione: “I papaveri / rendono vere le spighe” (p.60). E ci sono le emozioni d’amore, che trasfigurano ogni pezzetto di mondo, ogni percezione dell’intimo e dell’esterno.  Il tema dello sguardo e del suo variare come in una pittura impressionista percorre tutta la sezione de Il corpo del vento: “il mondo gira piano dentro i tuoi occhi” (p.86). Spesso il poeta opera veri e propri incantamenti: “cesello vento, sabbia / e trucioli di rosa, / per costruire la mia nave in bottiglia / e portare / il mare in tasca.” (p.76). Ma è vera magia soprattutto quando il poeta attua una totale trasmigrazione della realtà, per cui tutto è sé e altro-da-sé: “L’alba colora di terra / il fazzoletto del mattino”, la “giostra dei tuoi capelli”, il “davanzale delle mani” (p.92). Mi vengono in mente i quadri di Picasso, dove la compresenza di tempi o punti di vista differenti sposta l’occhio o il naso o il braccio altrove da dove ci aspetteremmo che fosse, in qualche modo così moltiplicandoli, sdoppiandoli in uno-stare e in un altro-stare. Tra questi testi personali, tanta nostalgia: di un’infanzia tutta di corse “a perdifiato”, “in bicicletta” (p.29); di un amore giovane “duro da piegare dentro le pagine dei ricordi”, ancora tutto “gomitolo da svolgere” (p.87).  E il rimpianto per miriadi di “avrei voluto” rimasti inadempiuti (p.79). Non può mancare una sorta di bilancio del proprio tratto di vita. Sono sempre presenti “i perché inesausti / di domande tenaci / e i versi di un canto mai finito” (p.35), nonostante la caparbietà con cui l’io che parla li ha portati “con la stessa faccia” e “con tutt’e due le mani” (p.59), ma più terribili sono i “perché senza echi, / arresi al silenzio di domande mai dischiuse” (p.78).
Le parole sono oggetti concreti della realtà, onnipresenti, potenti manifestazioni del reale: “il giorno quieto / (…) / danza lieve nei soffi / delle parole” (p.26), “Noi stiamo / (…) / in equilibrio sul filo delle nostre parole.” (p.31); “il cielo s’apre alle parole” (p.86). “Le parole lanciate come dadi / rotolano a terra senza girarsi” in questo tempo che nega il futuro, dove “la scommessa non trova / più i suoi numeri.” (p.66). E “nuvole/ di parole già usate” sono offerte nelle “botteghe degli alibi”, con “ricchi sconti / per abiti mentali usati e garantiti.” (p.67).  Sono anche meta di bisogni e desideri: “Ho cercato parole come pani” (p.35).  Ma “Una rosa è una rosa” solo se “sai ascoltare / il racconto delle sue spine”, perché allora si attua la meravigliosa apertura connettiva per cui “Una rosa non è mai solo una rosa” (p.68) e “la poesia / corregge gli errori di dio” (p.65).

Rilievi stilistici
È spesso una poesia da apnea, per l’effervescenza di immagini, l’affollarsi di cose, oggetti, sensazioni; per l’inflorescenza di metonimie, analogie, metafore su metonimie analogie metafore; per i paralleli, i raddoppi, le iterazioni, per le spirali di qualificazioni, i tentacoli metonimici; per i frequenti scontri di ossimori e antitesi.
Gli ossimori sono decisamente una cifra stilistica di Di Donato; uno per tutti: il plurimo contrasto in “canto feroce delle urla” (p.94), dove a canto vs feroce si aggiunge canto vs urla: l’ipallage che attribuisce a canto la ferocia delle urla permette così un doppio scontro. Molto presente è anche l’antitesi; non a caso nella prima poesia – a dar nome: Confine (p.13), nome in sé dicotomico, alla prima sezione –  si accampa una delle opposizioni più frequenti:  cielo vs terra, l’uno “fiorito”, con le “nuvole” come sogni (p.15), ma anche assediato  di domande, portate nel  “vento” (p.93); l’altra con le risposte trafitte da “fili d’erba” come da spade, e lacerate, impotenti, irrisolte, e quindi “ferita” (p.13), con un effetto di paronomasia tra i due aggettivi, opposti, “fiorito”-“ferita”.  Dietro queste antitesi sta la percezione della vita come un’indissolubile concomitanza di bene e male, nella fatica di un doppio oppositivo. Ma c’è anche la ricchezza della diversità: “A mari diversi / dettano le rotte / i nostri meridiani” (p.30): esiste l’alternativa, “l’altra possibilità da cogliere” (p.63).
La dovizia di immagini e figure apre un’ipotesi: la necessità di raddoppiare, di incidere come fosse in neretto o grassetto, è per gridare il senso, lo svelamento. Un’esigenza di precisare, di andare dentro l’oggetto con la lente del microscopio, di spiegare, e ripetere quasi come l’agitarsi di cartelli in piazza: “Navigano… Navigano… Navigano… i barconi neri… i corpi sfatti… i desideri che non hanno voce” (p.48), “La paura mette… La paura riscalda… La paura taglia…” (p.45), “Ho bisogno di una bandiera… Ho bisogno di una bandiera…” (p.36). Questa ricchezza formale può sconcertare, perché potrebbe venire annebbiato, offuscato, velato, allontanato l’oggetto di cui si parla e perché a volte la realtà empirica, da nuda e cruda, dopo che è stata ispessita di connotazioni, di ramificazioni, analogie che la moltiplicano, ne risulta di fatto mutata, metamorfizzata, fino a soglie che potrebbero aprire tutt’altro dal punto d’origine. Ma c’è, nel viluppo delle molteplici interconnessioni, anche il condizionamento di una complessità che ai giorni nostri rende la percezione della realtà labirintica, quasi un dedalo inestricabile. Per i continui rimandi ad altro dall’oggetto trattato, per il continuo bisogno di spostamento, a volte l’impressione è che l’ambiguità, l’indeterminazione siano davvero lo scopo in sottotesto, contro l’idea di una realtà univoca, per affermare invece una polisemia, una multiversalità del possibile senso delle cose.

saggio presente in:
AA.VV., LEANDRO DI DONATO e il suo canto mai finito, a cura di Valeria Di felice e Bonifacio Vincenzi, Macaboreditore, Francavalla Marittima (CS), 2024

Milena Nicolini

LEANDRO DI DONATO, LA POESIA NEL CORPO DEL VENTO

Il vecchio poeta greco, /… / ripete piano che la poesia / corregge gli errori di dio, / mentre i versi vanno, / in file disordinate, / a riempire le tasche del cielo.

Così scrive Leandro Di Donato nel cuore del suo ultimo libro, Il corpo del vento, ed è qui la tessitura della parola poetica, la sua generosa essenza: supera i confini del trascendente, lo raccoglie, lo ridice a modo suo, evocando suggestioni e generando mondi nuovi, senza contenersi nelle rigide trame del predefinito.

Gli elementi che stanno nella scrittura sono riconoscibili e provengono dai luoghi dell’esperienza: la realtà, la cronaca, il dolore, lo slancio della volontà, la percezione del male di vivere e la forza dei passaggi; ma la poesia è storia di un sistema d’ordine che impone se stesso e si colloca entro due voci: l’una che irretisce con la grammatica, l’altra che non sopporta la riduzione alla norma.

La strada che il desiderio percorre, per fuggire dalle maglie grammaticali, è dentro lo stesso linguaggio, nei suoi percorsi sotterranei, tortuosi, nelle ascese e nelle discese delle strutture profonde, delle forme del contenuto; sono gli itinerari la cui topografia non è perlustrabile con gli strumenti della norma. Le mappe immaginarie sono percorribili dal desiderio, ma non dalle sentinelle della norma.

Nell’apparenza di un racconto piano, esplicito, la poesia di Leandro Di Donato può indurre a un’analisi frontale, diretta e gratificante. Non sarebbe difficile trarne una notevole varietà di esiti, accorgersi che offre un ventaglio polisemico di combinazioni per aprire il testo e gestirne infine la molteplicità di letture. Tuttavia più affascinante e ricco mi pare l’esito che viene da uno sguardo obliquo che esplora i versi, si insinua nomade nel testo e ne scopre le bucce, gli involucri sempre più avvolgenti.

Quel brevissimo tratto, Concerto, dedicato a Maurizio Cocciolito, ad esempio, racconta ‘in verticale’ la capacità di un messaggio musicale partecipato di portare all’ascolto la lingua dell’indicibile. Eppure ‘giaciglio’, ‘carne’ e ‘libera’ lasciano intravvedere strade di senso ben più ricche e la scelta dell’angolazione non obbliga alla decifrazione dei significati, li rende piuttosto liberi di muoversi nomadi. Ci si smarrisce solo se si è troppo affezionati alla bussola; se si riesce a disfarsene, si può scoprire che una fenditura minima scopre viscere e pieghe:

Noi stiamo
nello spazio tra la virgola e il punto,
in equilibrio sul filo delle nostre parole.
Noi siamo
la fune e la pertica,       
i passi e il volo senza rete
della vita.

Così la poesia Il mio paese, presente nell’ultima raccolta Il corpo del vento, ma anche, in forma completamente diversa, nella silloge Le strade bianche del 2006, squaderna una serie di luoghi e di memorie che tornano in parole differenti e aprono allusioni.

Nel 2006:

Il paese è la mappa
dei solchi scavati dai passi
che hanno inseguito
aquiloni e sorrisi
nella danza
con l’abbraccio generoso
delle illusioni

Ora, nel più recente libro:

Mulinello improvviso di polveri grigie,
echi di risa e rincorse impigliate
nei ciuffi di erba muraria,

Infanzia di giorni inondati di sole,
il colore pieno dei colori,
barche a cavallo di acque immaginarie e cieli aperti

Cielo, terra sono i principi, i generi dell’abbraccio su cui indaga lo sguardo. Un occhio attento alla generazione, al momento delle nascite non provvisorie, alla luce di stelle non false (‘luci di pietra e rivoli di ombre’) scopre il moto del vento che soffia e contrasta col suo corpo la compattezza della materia. Le voci, le parole sono altrettante ferite sul silenzio, così come l’ombra o la nuvola spezzano la luce e il poeta che si muove in questa area non mette in dubbio l’esistenza di un senso celato, ne conosce le aperture e lascia al lettore ogni possibile scoperta.

C’è nella raccolta Le strade bianche un’esplicita dichiarazione di poetica che aiuta a percorrere i testi sulla traccia di questo spazio oscuro:

La poesia
è la lentezza dello sguardo che sa vedere,
è l’antica sapienza che rompe il passo delle marce,
che sa ritrovare il respiro dei passi, che conosce, che sa l’attesa,
che scarta
oltre le linee tese delle figure perfette,
che sa raccogliere
il sasso e il filo d’erba

Incrina, stride, chiede, affama, divora
ma senza dare spettacolo
lo fa da piccola cosa,
come passione che urla nel mantello dell’umiltà.

La strada è quella di un testo poetico che supera tutte le concettualizzazioni, che esce dallo scenario di fine Novecento, provato dalla fatica di superare le ricerche formali della neoavanguardia e il dibattito sulla poesia-rivoluzione e sulla critica dei ruoli intellettuali, e approda nella terra della ristrutturazione culturale. L’attenzione si sposta al contesto in cui nasce la scrittura: ad essere drammaticamente “aperte” oggi non sono tanto l’opera, il testo, quanto la storia e la società in cui essi si collocano. E l’autore lavora all’interno di questo orizzonte. Esemplare in questo senso è l’opera di Leandro Di Donato che accosta, all’attenzione al presente e alle sue istanze pubbliche, elementi del quotidiano e del privato. La sua libertà di scelta, di movimento, di atteggiamento e di rapporto con la lingua e la realtà circostante è tanto più duttile e fruttuosa quanto meno è programmatica. La parola è divisa e contradditoria e la poesia mette in atto la divisione, in una sorta di viaggio, di attraversamento nel groviglio, nel corpo delle parole. E non è un caso che la parola ‘corpo’ sia nel titolo dell’opera e anche nella singola poesia I corpi degli operai, quando lo spessore della parola si protende a quell’espressione d’uso comune, ‘poesia civile’. Contro un atteggiamento inerme generalizzato, il ricorso a una lucida evocazione di esperienze che affonda le ragioni più cocciute nella domanda o pretesa di un maggiore rigore morale, Leandro Di Donato, a più riprese nomina esperienze ed eventi, talora memorie. Le morti sul lavoro, le morti nel Mediterraneo e il dramma della migrazione, le guerre che hanno insanguinato il mondo e ancora lo uccidono, ma anche il tormento delle burocrazie, le ricostruzioni lente e gravate dal malaffare, il “legno storto di questo tempo”. Come, nella raccolta Le strade bianche, la poesia accoglie la riflessione sulla violenza e sulla tirannide, per esempio in America Latina, per trarne lo slancio reattivo, la forza che sovverte, qui, nell’ultima silloge, il dolore diventa consapevolezza: “questo non è più tempo di effetti speciali”. In un mondo che non offre più il contrasto tra apparire ed essere, è necessario superare il gioco delle apparenze ed entrare a pieno titolo in una vita che sia crescita e storia.

Si tratta di passare dalla notte della possibilità al giorno della presenza, con la risorsa del mutamento, della differenza, dello scarto quasi impercettibile dentro la variazione, delle diversità di timbri e di registri. Il poeta porta da solo questa coscienza, perde l’idea di una sua sovranità, abbandona la tirannide dell’io e sa che la vita non è abbracciabile per intero, spera soltanto che la parola possa far esplodere qualcosa, che possa puntare su sbalzi istantanei che aiutino a scommettere sulla sua profondità, sulla sua capienza.

È voce dentro l’istante ed è forse per questo che in Il corpo del vento, l’ultima sezione è spazio amoroso, multiforme e assoluto:


amore pieno di vuoti da riempire.
lieve da accarezzare,
duro da piegare dentro le pagine dei ricordi,

Leandro Di Donato spinge a questo esito la sua ricerca sulla scia di un realismo lirico che fa della memoria e della riflessione i ricettacoli di cose in apparenza piccole che però portano significati coerenti con la più profonda intimità. Per questo cerca di captare il fluido, il trascorrente, l’imprevedibile dell’incontro quotidiano, attraverso una levità formale che non segue una ideazione presuntiva, ma si lega al dinamismo intrinseco delle immagini e dei pensieri.

Abitiamo il corpo del vento.
Il tempo è soltanto
il soffio che unisce
e poi slega.

Nella Roveri

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