
Sono stata invitata da Anna Maria Farabbi al 3° Congresso Nazionale di ANFFAS, svoltosi a Jesi nell’autunno del 2024 per parlare, della scrittrice Alberta Bigagli. Il titolo del Congresso era “Il corpo che s’offre”. Ebbene questo titolo esprime appieno il senso della ricerca di “Linguaggio espressivo” che Alberta iniziò negli anni settanta. Condotta per quasi quarant’anni durante i quali acquisì una notevole valenza sociale. Alberta offriva il suo corpo, la sua voce per scambiare parole con l’altro da sé. In una dimensione diversa dalla consuetudine di ogni giorno, ma reale. La dimensione della poesia. Ecco il suo pensiero al riguardo. “Diciamoci il maggior numero possibile di quelle cose che passano dentro, a miliardi, senza mai uscire. Cose che graffiano e feriscono perché appunto prigioniere, prigioniere innocenti, prigioniere della paura”.
Che cosa posso dire io che l’ho conosciuta e frequentata dall’inizio di questo millennio, divenendone amica e collaboratrice, che non abbia già detto magistralmente Anna Maria Farabbi nei suoi articoli proprio su questa rivista in cui esce il mio articolo. Alberta si rivela, appunto, nei suoi scritti, prosa, poesia e tutta la documentazione della ricerca di “linguaggio espressivo” condotta con il metodo da lei ideato “Tu parli io scrivo”. Interessata alla psichiatria cominciò a fare alcune visite al manicomio fiorentino di San Salvi. Nel 1976 divennero incontri a cadenza settimanale e furono il suo tirocinio. Prese a studiare mentre ancora lavorava; decise di laurearsi in psicopedagogia (all’epoca, 1980-1982 non c’era a Firenze la facoltà di psicologia) per poter avere un rapporto corretto, ovvero, non in modo caritatevole né semplicemente sentimentale, con persone alienate o svantaggiate e disagiate socialmente.
Ho ascoltato dalla voce pacata di Alberta di quel suo andare in certi luoghi di chiusura e non avrei mai pensato di essere così presa anche io, così coinvolta, in questa sua esperienza di vita, tanto che nacque in noi l’idea di accompagnarla in questi incontri. In quel periodo andava per conto di A.V.P., associazione volontariato penitenziario, al carcere di Prato “La Dogaia” in una sezione invisa a tutti gli altri detenuti, quella dei sex-offenders. Alberta ci andava già da un anno quando fu costretta a interrompere per un intervento chirurgico nel 2005. Riprese quegli incontri dopo circa un anno e andammo insieme.
“E’ con sentimento di assenza di condanna, ben diverso dall’assoluzione o dal perdono, che la dottoressa Bigagli entrerà nei luoghi chiusi dell’isolamento e dell’esclusione” come dice Beatrice Ciabini nella sua tesi di laurea, in cui dedica un capitolo all’originale modo di lavorare di Alberta.
Ma come era Alberta nel privato, nel quotidiano? Coerente con sé stessa, con il suo pensiero e costante nelle sue intraprese. La casa dove abitava, una casa “scomoda” come lei diceva, ma certamente fonte di ispirazione per la sua collocazione fra i tetti della città dove abitava, in un vecchio palazzo del centro di Firenze. Scomoda perché era su più livelli. Entrati che eravamo c’era da fare sedici scalini per arrivare al corridoio dove si affacciavano le altre stanze. La camera-studio era sullo stesso livello del corridoio, per andare nella cucina-tinello si scendeva uno scalino, mentre per il terrazzino se ne dovevano salire due, uno per il bagno, tre per scendere nel ripostiglio. Si circondava dell’indispensabile. Ogni oggetto aveva una funzione, pochi i soprammobili in ricordo di qualche avvenimento a lei caro. Solo dopo avere avuto il cancro, nel 2005, indebolitasi acquistò una lavatrice, fino ad allora era andata alla lavanderia a gettone. Fu installato anche un piccolo ascensore che la esentò dal salire, come sempre, i novantadue scalini per arrivare alla porta di casa, ma che tuttavia lei riuscì a fare tornando dall’ospedale, dopo due mesi di ricovero. Certamente i venti anni di frequentazione Yoga le erano serviti ad avere e mantenere una buona forma fisica e mentale.
Avendo lavorato come telefonista era economicamente indipendente, ma non amava esagerare. Era sognante, visionaria, meditativa. Pratica quanto bastava. Viveva un giorno dopo l’altro nella realtà che la circondava considerandola un teatro naturale. Era geometrica, aveva il senso della misura e il pensiero sempre rivolto al mondo, “un mondo violento ma l’unico che ci troviamo”, parole sue. La poesia era la vita per lei e a un certo punto decise di dare ascolto a “una voce che da sempre mi chiamava”.
Gli elementi che ne costituivano il carattere, la personalità, la “materia” della quale era fatta, “densa e trasparente”, come si espresse Giuseppina Marini Piglione, conosciuta a Roma all’associazione “L’espressione latina” di Maria Racioppi, potrebbero sembrare ossimori, ma in lei convivevano armoniosamente. Dunque Alberta era tanto malinconica quanto gioiosa, umile e fiera, ironica, severa all’occorrenza. Amava “l’aristocratica e solare solitudine”, come scriveva, ma non poteva fare a meno del dialogo e del rapporto con gli altri di tutti gli altri. Dotata di una naturale autorevolezza, carismatica, maieutica, con il suo fare “socratico” sapeva parlare con tutti e a tutti. Gli studi psicopedagogici le consentivano di vedere l’essere umano nella sua interezza. Di fronte al suo sguardo magnetico, penetrante, ma non indagatore, era impossibile mentire e l’etica rigorosa che praticava la pone come “voce” di notevole livello.
Portare poesia in luoghi particolari era per lei un dare e un ricevere insieme. Nella conduzione del gruppo ogni partecipante aveva eguale importanza. Alberta rifuggiva dal fare emergere alcuni su altri. A turno ognuno parlava e lei scriveva. Il parlare dettato dall’emozione, dall’atmosfera di confidenza che via via si andava creando, era già poetico. Per Alberta la parola stessa era poesia una poesia che Carlo Betocchi definì “originaria, senza alcun riferimento ai classici”. Questo saper fondere psicologia e poesia rimane un “mistero”, (Franco Manescalchi). E ne fa la capostipite di uno stile che potremmo definire bigagliano. Il concreto, il visionario, il meditativo, il collettivo. Sono queste le basi, le direzioni sulle quali si fonda la sua poesia. Il pensiero laico, etico-filosofico di Alberta non deve rimanere al chiuso, perché è attuale, profondo, autonomo. Lei aveva piena consapevolezza dei suoi mezzi, di quello che era, scrittrice, poeta, ricercatrice e critica letteraria. La migliore critica di sé stessa. Un giorno mi parlò del bisogno del poeta di specchiarsi per conoscersi meglio e per quella pur minima dose di narcisismo necessaria a chi ha qualcosa da dire a sé medesimo e al mondo.
Questi “corsi”, come a volte venivano chiamati, avevano una durata di due, quattro cinque anni, ma di più nelle associazioni private. Gli incontri nel mio laboratorio artigianale cominciarono nel 2004 e continuarono fino all’autunno del 2015 quando sopraggiunse l’ictus che la rese afasica.
Dopo la sua morte avvenuta nell’agosto del 2017 è stato fondato a Firenze il “Trust Alberta Bigagli”, dove si trovano archiviati i suoi scritti. Io ne sono alla direzione come da sua volontà testamentaria. Sono stati editati alcuni libri postumi tra cui “Sì, comincio” sottotitolato parola, poesia, linguaggio espressivo, dove viene ben documentato e reso fruibile il percorso di questa ricerca. Ci sarà continuità, nell’archivio che Alberta ha lasciato c’è ancora materiale inedito.
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