CON LA LINGUA DELL’ALTRO

Una riflessione sull’intervista di Helit Yeshurun a Mahmud Darwish

In arabo il verso che appartiene a una strofa si chiama baīt, in ebraico bayt: in entrambi i contesti significa “casa”, un’architettura in cui transitare dall’esterno all’interno e viceversa. Non è certo un caso che la conversazione tra due intellettuali, una poeta e giornalista israeliana, Helit Yeshurun, e il maggior poeta palestinese, Mahmud Darwish (1941-2008), si radichi intorno alla poesia e a quella sorta di casa comune che rappresenta.

Tradotto solo oggi integralmente dall’ebraico in Italiano da Francesca Gorgoni, il dialogo risale a un tempo ormai molto lontano, il 1996 (dopo Camp David, dopo i trattati di Oslo, dopo il trattato del Cairo), quando il riconoscimento dell’Autorità Nazionale Palestinese consentiva una sorta di parità tra voci appartenenti a due realtà politiche definite. Non si trattò di una pacifica conversazione: Yitzhak Rabin era stato ucciso da un colono ebreo contrario a ogni negoziato coi Palestinesi e gli insediamenti di coloni nella striscia di Gaza e in Cisgiordania si facevano ogni giorno più massicci. Eppure la scelta di parlare in ebraico e di riconoscere a questa lingua lo statuto di strumento per la conoscenza della letteratura europea e per la comunicazione quotidiana, negli affetti, nella scuola, nelle relazioni, stabilisce un’equità, rompe le barriere ostili della differenza di ruolo nella storia.

Avendo avuto notizia del trasferimento di Darwish ad Amman, in Giordania, dopo anni di esilio a Tunisi, Beirut, Parigi, Yeshurun lo raggiunge, lo intervista per la prestigiosa rivista che dirige, “Hadarim” (Stanze), e antepone alla pubblicazione una breve nota motivante, alla fine della quale si legge:

Mi recai in Giordania. L’incontro come si può leggere nell’intervista, fu prudente ma intimo. Avevamo piena fiducia che presto avremmo visto la pace. Discutemmo la nuova realtà che si stava lentamente delineando come due che si trovano al capezzale di un malato che pian piano riprende coscienza. Parlammo naturalmente in ebraico. Durante il nostro incontro Darwish evocò la poesia ebraica che aveva letto e studiato durante la sua adolescenza a Haifa. A prevalere in quelle ore fra noi non fu né il politico né l’individuale, bensì una patria diversa: la poesia. Da questa patria continuammo a parlare dei poeti come figli del loro luogo e del loro tempo.

La prima parte della lunga conversazione (Con la lingua dell’altro, Portatori d’acqua, 2024) è fondata su questa idea di patria che include l’esilio come percorso necessario del destino umano. Darwish, nato nel villaggio di Al-Birweh, in Galilea, nel 1941, raggiunge il Libano come profugo con la famiglia al momento della nascita dello stato di Israele. Il suo paese viene distrutto e quando ritorna si stabilisce ad Haifa e lavora come editore e traduttore all’interno di un gruppo di intellettuali, espressione della sinistra comunista araba ed ebraica, che aveva dato vita a frequenti movimenti di protesta. Più volte imprigionato per la sua attività poetica e politica, è costretto a lasciare Israele. Appoggia l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), scrive nel 1988 la Dichiarazione d’indipendenza della Palestina; anche politicamente impegnato nel conflitto, rimane in relazione con israeliani e palestinesi. Ed è qui che prende forma un’idea di poesia che si affina con il tempo, influenza lentamente, consente di osservare esperienze, paesaggi, storie “aggiungendovi un certo grado di sacralità”. La nostalgia per al-Andalus, l’antico luogo in cui arabi ed ebrei sapevano vivere insieme e da cui furono insieme cacciati, addita la comune radice dell’esilio.

“Alla fine siamo tutti esuli. Io e l’occupante, soffriamo entrambi l’esilio. Lui è in esilio dentro di me e io sono la vittima del suo esilio”.

Poi la riflessione assume una piega dolente che fa risaltare il conflitto, la difficoltà a comprendere e mostra come le sfumature, o forse meglio, la perdita delle sfumature generi incomprensione.

Yeshurun fa notare che nella poesia del 1967, Un soldato sogna gigli bianchi (tradotta in francese nella raccolta Rien qu’une autre année), al soldato israeliano viene chiesto se è pronto a morire per la patria. La sua risposta è “no e no… non ho mai sentito che il suo cuore è il mio cuore…”; allora l’intervistatrice chiede: “Non ti pare di sminuire il legame tra gli israeliani e questa terra?”

Nella risposta, dopo aver ricordato che proprio per quella poesia alcuni artisti arabi lo attaccarono, Darwish racconta come i suoi versi fossero stati ispirati dall’incontro vero con un soldato che odiava il paese e la guerra e manifestava il suo dissenso come carne e sangue, testimone di una società “percorsa da un sentimento di sradicamento”, troppo giovane per avere radici e riferimenti culturali, indotta all’esaltazione della terra dal movimento sionista e dall’imposizione a costruire un legame tra anima ebraica e terra di Israele. E non si tratta soltanto di sminuire il rapporto degli ebrei con il paese, ma di portare l’attenzione sul fatto che il soldato in questione è un essere umano “che aveva sofferto le pene della guerra e sperava solo di sentire il tubare delle colombe sul tetto del Ministero della difesa”.

Dal tempo dell’intervista sono trascorsi quasi trent’anni e molto è mutato, nella società e nella politica, ma riprendere le affermazioni di Darwish può costituire un punto di partenza:

Per un palestinese questa non è la Terra d’Israele. Questa è la Palestina […] ci troviamo nel bel mezzo di un processo di pace (1996) e ognuno è chiamato a rivedere la propria versione della storia, ma non scaldatevi troppo se ogni palestinese è convinto che la Palestina gli appartenga […] non dovete arrabbiarvi se crede che la Palestina sia sua. Del resto quale terra gli appartiene? Lui ci è nato, non conosce un’altra terra, voi siete stranieri ai suoi occhi. Siete arrivati quanti anni fa? Un tempo eravate lì, certo, ma lui si trova in quel posto da talmente tanto tempo che non può contare gli anni. A ben vedere, non è neanche sicuro se quelli che un tempo abitavano queste terre siete voi oppure no. Siete voi i diretti discendenti di Re Salomone?

Una pace vera è un dialogo tra due versioni. Voi dite che questa terra è vostra da sempre, come se la terra non avesse continuato ad avere una storia anche in vostra assenza, come se lì non ci fosse stato più nessuno e la terra avesse avuto il solo compito di aspettarvi.

È tempo, aggiunge, di dar voce alla poesia degli sconfitti, ai troiani, dato che la versione greca ci è stata ampiamente tramandata. “Nella perdita c’è grande poesia”, la perdita è il luogo in cui è possibile dire l’indicibile, pronunciare parole mai dette prima, far conoscere la forza distruttiva del vincitore.

  1. Avatar vittoria ravagli
    vittoria ravagli

    Bellissimo grazie

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