
Da Sandro De Nobile si impara sempre molto sulla contemporaneità. A ogni prova narrativa si conferma come inquieto, disincantato, scabro descrittore della collettività umana del terzo millennio, si tratti del romanzo L’assente (2017), delle raccolte di racconti Ludus in fabula (2014) o Dentro e fuori le valve (2020), oppure dei saggi, tutti editi da Tabula Fati dell’editore Marco Solfanelli. Sguardi indagatori (di elevato profilo letterario, ma per fortuna scevri da orpelli narrativi) vengono fatti cadere da varie angolazioni sulla società d’oggi, la quale sfila nella sua meno avvenente nudità, quale pochi osano additare, come nella fiaba di Hans Christian Andersen. Docente, gestore di iniziative culturali, con incarichi anche quale assessore alla Cultura nell’Amministrazione di San Vito Chietino dove vive, Sandro De Nobile conferma il suo valore anche in questo nuovo romanzo, L’occhio del cinghiale, (p. 123, € 11) edito svariati mesi or sono per la collana Nuove Scritture da Tabula Fati.
Protagonisti sono degli amici che vivono in una cittadina della costa abruzzese e sono arrivati a un tempo di svolte, o di presa di coscienza di mancate svolte, nella vita. Hanno consumato opzioni che sarebbero state vitali e pensano ad esse, a seconda del carattere di ognuno, ora con rimorso, ora autoassolvendosi, in un disperato trattenimento di un’identità che va svanendo con gli anni. Sono un gruppo, neanche cosciente di esserlo; si conoscono da sempre o da poco; e tra vecchi amici si guardano l’uno con l’altro quasi cercando un ormeggio che li leghi al passato, per rinsaldarlo, in un porto dalle acque sempre più tempestose che rischiano di trascinarli alla deriva; o per incoraggiarsi a tagliare definitivamente la gomena e a lasciarsi andare. I nuovi ingressi nel gruppo li hanno delusi; i vecchi amici li credevano portatori di novità, invece li hanno visti appiattirsi, forse per osmosi, sui loro stessi problemi.
Nell’Occhio del cinghiale il numero dei personaggi – comprimari o comparse che siano: Valerio, Fabrizio, Claudio, Giada, Bruno, Tommaso, Paolo, Federico, Ewa, Kevin, Enrica, Sonia – farebbe pensare a un romanzo dal ramificato plot e invece prevalgono qui ritratti individuali (in chiaroscuro “come se ci fosse passato Caravaggio”), che a volte si intersecano. Tutti sono rappresentati con maestria: abbastanza introversi, non si fanno sconti e giocano senza rete. Nulla hanno a che fare con gli isterici gruppi di amici che una certa narrazione cinematografica (in cui nessuno può seriamente riconoscersi) alle soglie dei 30 o dei 40 anni presenta intenti a bilanci esistenziali fasulli, quando in realtà sono foderati di certezze economico-sociali create dalla generazione precedente; oppure intenti a trasgressioni da teen ager fuori tempo massimo, che non riescono ad abbandonare. Nei personaggi di De Nobile, comprimari o marginali, c’è autenticità. Fanno appello alle proprie forze, continuando a rispettare regole sociali alle quali ritenevano un tempo consegnato il riconoscimento di un’identità, sebbene ad esse non credano più; e pur consapevoli – sembrano dirsi l’un l’altro – che la società ha saputo ben illudere le sue future vittime.
Sono dunque disillusi i personaggi di De Nobile? Sì. Ma anche disperati? No. Persiste infatti dentro di loro una residua positività rispetto alla vita, anche a costo di apparire buffi nel darne prova, arrabattandosi per vivere o per sopravvivere. C’è ironia nell’Occhio del Cinghiale e la si coglie soprattutto nei fulminanti attacchi – in cui l’Autore dà prova di notevole perizia scrittoria – di ogni capitolo o episodio riservato alla caratterizzazione dei personaggi stessi; o nella tragicomica descrizione di luoghi che partecipano della goffaggine di chi li abita, si tratti del buffet di un convegno o dell’ufficio di un corrotto provveditore agli studi, che vi riceve aspiranti a cattedre o supplenze per vendergliele; si tratti della sala d’attesa di un Pronto Soccorso o di un bus per pendolari, con dei vicini di sedile puzzolenti, che si è costretti a sopportare. Si potrebbe anche dire che i set dove De Nobile agisce i suoi personaggi presentino un degrado comune ai personaggi stessi ma, scrivendo così, si farebbe loro torto, perché ne vengono solo in parte contaminati. Tutti infatti sono alla non dichiarata ricerca di un riscatto, magari anche programmando di scapparsene dall’asfissiante provincia. Per cui alla domanda se risultino (anche etimologicamente) simpatici al lettore, va risposto: assolutamente sì.
La spietatezza della rappresentazione sociale dell’attuale Italia del centrosud non ne fa, cioè, creature vinte dall’amarezza, come nelle narrazioni del Luciano Bianciardi prediletto da De Nobile quale saggista. Li avvicina piuttosto, nella loro disorientata ricerca di un riscatto, ai personaggi del grande Giovanni Testori, antieroi scovati nei più degradati hinterland milanesi – creature che reclamano una loro diversa identità, civica e soprattutto civile.
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