
Un romanzo che è riuscito a sorprendermi. Tanto per cominciare per la forma della narrazione, che non saprei definire tecnicamente se non di ‘modalità reticente’, o di ‘modalità all’anastrofe’, anche se, di per sé, queste espressioni sono lontanissime dall’essere esaustive. Si tratta di una particolare presentazione al lettore di punti cruciali – ma non solo – della vicenda, tale da suscitare in lui, prima, una specie di smarrimento logico, come se soprappensiero egli avesse trascurato qualcosa che in seguito si mostrasse invece di importanza cruciale, quindi poi un’attenzione molto più che consueta per riafferrare il filo della narrazione. Con un senso di scuotimento dallo scontato linguistico, e con una disposizione all’agguato della sorpresa e alla sfida della comprensione, che sono in genere gli effetti caratteristici della scrittura poetica e meno della narrativa standard. Alcuni esempi, per far capire: ad un certo punto compare in un paesaggio “la Piana”, così, maiuscola, e ci si passa sopra come ad un inserto normale tra il ”cenno di foschia” e “le montagne”, come fa Adele. Didi sembra fare lo stesso, non fosse che “per strana coincidenza, anche lei guardò la Piana”. Invece di spiegazioni circa la ‘strana coincidenza’, intervengono parecchi altri elementi narrativi che ci fanno dimenticare ‘la Piana’, finché di colpo: “Ora la Piana non si vedeva più, ma non per questo il suo richiamo [‘richiamo’?, e quando mai l’ho sentito, io lettrice?] era cessato, anzi (…) Com’era stato possibile non pensare mai che la città comprendeva anche la Piana?”. La quale da adesso in poi diventa un’ossessione da investigatore ogni volta che la si incontra, anche se, per me, solo a ben più di tre quarti del romanzo s’è mostrata nella sua piena realtà. Oppure: Didi, sappiamo, ha fatto una telefonata alla scuola per far fronte a una sua assenza non giustificata. Torna a casa e trova genitori in allarme: ‘scoperta’, pensiamo noi. Ma nessuno parla e il padre si limita a dire “Io non capisco”, che ci sembra un po’ poco, ma tutto sommato plausibile. Invece l’atmosfera si incupisce, avvengono molte altre cose, prima che quel ‘non capisco’ si riempia di una ben più pesante impossibilità a capire. Sia ben chiaro che questo non infastidisce, ma dopo un po’ di piccoli soprassalti, fa solo stare il lettore sul chi-va-là, nella dovuta tensione. C’è da aggiungere che in più punti la focalizzazione interiore non è di un solo personaggio, ma di due, anche tre e anche di più, la qual cosa costruisce una realtà non solo molto sfaccettata, ma di nuovo in reticenza a mostrarsi chiaramente, suscettibile di colpi di scena e vertiginose capriole. In una trama dove, a ben vedere, non è poi che avvengano le strabilianti avventure del mondo di Oz! Ma dove, certamente, la normalità è piuttosto hitchcockiana. E dove il finale, normale, normalissimo, non rinuncia a sconvolgerci.
Da fare leggere ai ragazzi, importante. Ė una lettura che sa farsi leggere e insegna a leggere.
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