C’è sempre un’opera perfetta per uno stato d’animo, o per un particolare passaggio della vita… la stessa opera letta in un altro momento, non risulterebbe al pari illuminante ed incisiva. Un’affinità fortuita, una coincidenza fra maturità introspettiva del lettore e quanto espresso dallo scrittore, ne guida l’incisione, come uno scalpello d’artista, che su un ceppo già in possesso di forma, traccerà quei solchi che renderanno per sempre riconoscibile l’opera sua. La formula di Kafka dona giusta luce al fenomeno: “Un libro deve essere un’ascia per spaccare il mare ghiacciato dentro di noi”. Posso affermare che nella mia vita ciò è accaduto spesso: nella fase di esuberante adolescente, di giovane donna, di moglie e madre, di appassionata amante, di viaggiatrice solitaria.
Quando mi fu chiesto di scrivere un pezzo sul libro che mi ha cambiato la vita, mi sono sorpresa a considerare con chiarezza che alle mie plurime vite sono abbinate altrettante numerose opere letterarie, ognuna con caratteristiche del tutto diverse, tra loro vicine solo per l’intensità con cui ricadevano sul mio animo. Non credo d’averci mai davvero riflettuto in passato. Fra tutte, senza alcun dubbio, la prima ad accendersi con prepotenza nella mia mente, al pari di un’insegna luminosa, è stata “Anna Karénina” di Lev Tolstòj.
Devo la sua lettura a un amico, che nel raccomandarmelo, ne tesseva le lodi, ma mentre ne parlava, lo tesseva su di me, con il pensiero e lo sguardo ispirato, come il sarto immagina un abito sulla sua perfetta indossatrice. Come non stupirsi, durante la lettura dell’opera, della maliziosa similitudine? E come non provare sentimenti opposti ed alterni verso Anna, fra l’inappellabile giudizio e la lusinga!
Con questa premessa, il rischio di dedicare il mio scritto a quest’opera, era che il lettore potesse essere tratto in inganno, cadendo nella scontata visualizzazione di me come di una donna uguale ad Anna, oltre che nel temperamento, nel comportamento. Ho accettato il rischio, e dunque accolto completamente lo straordinario ruolo nella mia vita di Anna Karénina, contraddittoria protagonista della fantastica opera del Tolstòj. Riconosco anzi, che il raggiungimento tormentato di questa decisione, sulle tracce di quel temperamento che a lei mi possono accomunare, ha rinfocolato la mia ispirazione e il desiderio di confrontarmi su terreno aperto con lei. Anche questo, è rispetto di sé stessi.
Ed ecco dunque che Anna mi riprende per mano. La prima volta che l’ha fatto, emergevo da un periodo molto difficile, non sapevo come fare a sbarazzarmi della mia innata irrequietezza, artefice in buona parte dei brillanti risultati raggiunti nella mia vita, ma al tempo stesso di altrettanti trabocchetti. Giunta a quel punto, questa mia peculiarità mi era sgradita, ingombrante, irritante come un’ortica. Avevo sete di pace, di calma, dovevo trovarle i suoi naturali argini, costruendoli se era il caso, per poterla guidare con ordine dentro il mio mare. Il particolare momento risale ad alcuni o moltissimi anni fa, secondo l’emozione con cui li osservo.
Ho in comune con Anna, ciò che l’autore stesso le ha donato di sé: il dibattersi di un’anima inquieta, fra sensualità e passionalità del temperamento ed una spiccata e critica sensibilità della coscienza. Come non provare dunque un particolare trasporto per questa affascinante donna del IXX° secolo? Moglie e madre, intelligente, forte e fragile al tempo stesso. Ella seduce, universalmente e naturalmente, suo malgrado. Non c’è donna, bambino, uomo, anziano, che non venga attratto dalla sua aura candidamente sensuale e priva di malizia ricercata, che non provi il desiderio di conoscere a fondo questa donna, per compiacerla, per toccarne l’avvincente mistero, per condividerne il maggior tempo possibile, per poterle rubare sorrisi e con lei sorridere.
In questo suo traboccare di grazia e temperamento, viene essa stessa sorpresa dalla nascita di un grande amore per un giovane ed affascinante uomo. Anna, per sua stessa natura, cerca l’assoluto anche nell’effimero, poiché per lei non esiste l’effimero. Non è a conoscenza di quanto possa essere spietatamente assetata la sua anima, tantomeno può dunque conoscere le insidie contenute in essa, una sete che la rende impetuosa e sorda alla ragione, sorda perfino al richiamo del suo amore di madre. La sua natura appassionata e la sua compatta moralità infatti, non le permetteranno di dissimulare i suoi sentimenti consumando segretamente il suo amore, come comunemente accadeva nella società viziosa ed incline alla menzogna in cui viveva. Giungerà dunque alla più scomoda e dolorosa scelta, che la porterà alla inevitabile condanna alla solitudine, alla vergogna. Il totale oblio, la spingerà al tragico epilogo del suo suicidio.
Ho provato profonde e contrastanti emozioni durante la lettura, ho pianto, ho avuto il cuore in tumulto, ho perduto ore di sonno prezioso. Anna ti porta ad una profonda e scomoda domanda: cos’è per davvero la morale etica di una società, quando essa stessa vive di menzogna? È da condannare più un essere umano debole ma incapace di mentire a sé stesso ed agli uomini, o uno disinvolto e furbo, abile nella simulazione? Alla fine, temo che la conclusione sia unica, priva di un’età o di un’epoca: viene preferito chi si adatta alla situazione generale senza arrecare troppi scompensi, chi non costringe a rispecchiare in lui, un animo macchiato dal peccato.
Essere leali verso sé stessi e gli altri significa anche questo: mettersi a nudo di fronte alle proprie debolezze sapendole accettare, anche a costi altissimi. Sono certa che Tolstoj, attraverso Anna, abbia cercato di farlo per sé stesso, dato che la sua stessa vita si è dibattuta perennemente fra ciò che sentiva come eticamente corretto e ciò che da esso lo allontanava. La morte stessa, solitaria e triste, lo raggiungeva ancora nel vortice della sua delirante e prostrante fuga senza meta e senza arrivo.
Credo che nel sincero cammino di un uomo alla ricerca della sua integrità morale, la lealtà verso sé stesso sia l’elemento necessario. La zona ombra, il proprio lato oscuro, fanno parte di ciascuno di noi. La sua accettazione si rivela indispensabile, poiché nel combatterla la rendiamo solo più forte.
Ho saputo accogliere la coraggiosa e utile introspezione allora e la rivaluto con gratitudine adesso. Adesso che tutto si stempera dolcemente sotto il mio sguardo maturo.

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