“Fabio Pranovi, professore di Ecologia a Ca’Foscari, mi disse riguardo a un passaggio della canzone, mentre ne parlavamo: Quando leggi:

E mi me ne so ‘ndao
donde che feva i goti
siogando la spinéta
ai altri ciochi (1) [articiochi]

è difficile che ai altri ciochi significhi ‘e altri strumenti’, come sembrerebbe a una prima lettura. È invece più probabile che corrisponda a un’unica parola, articiochi, ovvero carciofi”.

Il professore sta parlando con l’autrice del libro Petra Codato e sta facendo luce su un passaggio poco chiaro di un’antica canzone popolare veneziana risalente alla fine del Seicento, quella che dà il titolo al libro “Peregrinazioni lagunari”, canzone amatissima dai veneziani, per il testo che saltabecca da un luogo all’altro della laguna e per la sua melodia struggente. Quando ho adocchiato il libro esposto sulla vetrina di una libreria sono corso a comprarlo, perché mi porto questa canzone nel cuore da tempo.

Non sono rimasto deluso: è un gran bel libro. Scritto davvero bene. Si legge come un diario di viaggio alla Bruce Chatwin, pieno di storie intriganti, di dialoghi con le persone del posto, di scoperte e di restituzione della magia dei luoghi attraversati.

Un libro che finalmente fa luce sui misteri di quest’antica canzone veneziana, che anche il regista Andrea Segre ha utilizzato nella scena iniziale del suo film Il pianeta in mare, dedicato all’area industriale di Venezia e passato alla Mostra internazionale del cinema del Lido? Non proprio, anche se va dato atto a Petra Codato di aver ripercorso con meticolosità i luoghi citati nella canzone e di aver fatto diverse notevoli scoperte, come ad esempio la Pescaria, individuata nell’area dell’attuale Sacca Sessola, i do castei nel Castel Vecchio del Lido e nel Forte di Sant’Andrea, l’orto degli Abrei nel Cimitero ebraico del Lido. Bellissime scoperte tutte ampiamente illustrate e documentate nel libro.

Tuttavia la canzone Peregrinazioni lagunari continua a custodire alcuni dei suoi misteri perchè non ha un autore, nasce sulle acque della laguna, inventata e cantata dai barcaioli mentre si spostavano da un’isola all’altra. Solo alla fine dell’Ottocento ne viene trascritta e pubblicata una prima versione, altri etnomusicologi in tempi successivi ne hanno raccolto e registrato nuove versioni, per cui non esiste un testo sicuro della canzone.

Uno dei più importanti trascrittori di questa canzone è l’etnomusicologo americano Alan Lomax. Lo ricordo perché compare più volte in qualità di produttore di musica folk americana e di organizzatore del Newport Folk Festival nel film di recente uscita dedicato a Bob Dylan A complete unknown.

Nella trasmissione orale della canzone alcune parole sono andate perdute, altre sono state modificate. Ne è un esempio il passaggio da articiochi (carciofi in dialetto veneziano) a altri ciochi (altri giochi, ossia zioghi, strumenti in dialetto veneziano). La filologia ci insegna che la lectio difficilior è spesso la più vicina all’originale.

Il libro di Petra Codato non è però uno studio filologico sull’antica canzone veneziana, anzi, come mi ha rivelato lei stessa, alla canzone è arrivata alla fine, su suggerimento del prof. Shaul Bassi, quando cercava un filo rosso che unisse insieme il vero movente della sua ricerca: un’indagine socio-ambientale sulla laguna veneziana come si presenta ai giorni nostri.

Petra Codato ha fatto un percorso di studi affascinante, quello degli Enviromental humanities, che cercano di collegare in un pensiero unitario il fattore umano e le conoscenze scientifiche sull’ambiente. Proprio l’opposto di quello che si è fatto per secoli, trasformando l’uomo in un predone dell’ambiente, anziché in un suo alleato. E il libro di Petra è una denuncia rigorosa di quanti danni ha fatto questo scollamento e questa predazione alla laguna di Venezia.

Un esempio su tutti: quello delle island grabbing (in italiano furto d’isola). Di cosa si tratta? Alcune isole della laguna vengono acquistate da grandi gruppi internazionali e trasformati in resort esclusivi, che diventano inaccessibili alla popolazione locale, addirittura sorvegliati da guardie armate: è il caso di Sacca Sessola, acquistata dal gruppo Marriott e dell’isola di San Clemente, acquisita dal gruppo Kempinski. Island grabbing: “il consumo dello spazio insulare come periferia del piacere” secondo l’interpretazione che ne danno gli studiosi Cavallo e Visentin. Solo un’isola per il momento resiste a questa fagocitazione del lusso: è l’isola di Poveglia (l’antica Poveggia, secondo il dialetto veneziano), che i comitati locali stanno cercando di difendere e di acquistare dal demanio con una sottoscrizione dal basso.

Come ci racconta il libro di Petra Codato, i veneziani non stanno a guardare e non accettano passivamente quest’acquisizione progressiva della laguna da parte dei “foresti” (così vengono chiamati a Venezia gli acquirenti esterni alla città). In particolare i giovani sono in prima linea nella difesa di Venezia come nel Comitato No Grandi Navi, di cui anche la nostra autrice fa parte e che ha impedito l’accesso delle navi da crociera nel Canale della Giudecca e fatto in modo che il governo Draghi nel 2021 emanasse un decreto che ha dichiarato, sulla base del Codice per i beni culturali e il paesaggio, le vie urbane d’acqua Bacino di San Marco, Canale di San Marco e Canale della Giudecca di Venezia monumento nazionale, inibendone il transito alle grandi navi.

Nel libro di Petra Codato c’è una denuncia puntuale di tutto ciò che fa male alla laguna, come lo scavo dei canali, gli inceneritori in fase di costruzione a Fusina, ma ci sono anche pagine che descrivono e raccontano la poesia della laguna, come quelle sul “pescatore di cocci”, che lei incontra nei pressi dell’argine di San Marco, fatto costruire nel 1324 dalla Repubblica di Venezia per impedire l’interramento della laguna.

I cocci sono gli scarti risalenti anche al XVI secolo dei processi errati di cottura delle stoviglie in ceramica che venivano prodotte nelle fornaci di Venezia. Il primo pescatore di cocci è stato il direttore del Museo di Torcello, Luigi Conton, che a partire dal 1927 con la sua barchetta approfittava delle basse maree per accostarsi alle sponde delle isole alla ricerca di questo materiale che le leggi della Repubblica di Venezia imponevano fosse gettato attorno alle isole in modo da renderle più resistenti al moto ondoso. Conton ha fatto dei ritrovamenti straordinari, frammenti di ceramica di una fattura e bellezza incredibili, che sono descritti e riprodotti nel suo libro “Antiche ceramiche veneziane scoperte in laguna”. Grazie alle sue ricerche Conton è riuscito a dimostrare che a Venezia esistevano molte fabbriche di ceramica, mentre prima di lui si pensava che le stoviglie usate a Venezia fossero tutte d’importazione, in particolare da Faenza e altri luoghi del Centro Italia. Viceversa Conton è riuscito a documentare che a partire dal Trecento Venezia eccelleva non solo nella produzione di manufatti in vetro, ma anche in ceramica. Risale infatti al 1301 il Capitulare artis scutelarum de petra, che disciplina appunto l’attività degli artigiani delle stoviglie in ceramica (scuele in dialetto veneziano).

E questo ci riporta alla nostra canzone veneziana la cui ultima quartina, simmetrica alla prima, recita:

E mi me ne so ‘ndao
donde che feva le scuele
siogando la spinéta
(a) le done bèle (2)

Qualcosa però non torna, donne belle addette alla produzione di scodelle in ceramica suona un po’ strano: una fabbrica di sole donne nel Settecento e per di più selezionate in base alla bellezza. Decido di interpellare la massima esperta di ceramica antica veneziana, Francesca Saccardo.

In effetti chiedere una consulenza a una studiosa di ceramica antica in merito a un verso di una canzone popolare veneziana suona bizzarro.

Ma Francesca Saccardo è gentilissima e grazie a lei il mistero di questi versi trova una nuova luce.

Ho trovato un’altra trascrizione della canzone con una lezione leggermente diversa del testo che aggiunge una a all’ultimo verso “a le done bele”: in questa versione gli artigiani sono uomini che realizzano i manufatti per le “done bele” e se non ricordo male sul fondo di alcune ciotole trovate da Conton compare proprio il termine “bela“.

Francesca Saccardo conferma che questa è la pista giusta: “sono le famose stoviglie del “genere amatorio”, dette anche gamelii, che le coppie si donavano in occasione del fidanzamento o delle nozze. Più comuni quelle con ritratto femminile, con scritta che inneggiava alla bellezza o alle virtù dell’amata, ma non mancano dei bei profili maschili”.

Sono emozionato per la scoperta, che bella quest’immagine finale della canzone che si chiude con le scuele dedicate all’amata:

Vi è nel nostro Museo civico un piatto o coppa amatoria con busto di donna e la scritta ALDA LA BELA E GALANTA, opera certamente di artisti durantini, come lo dimostra la tecnica, ma eseguita a Venezia, come lo provano gli attributi LA BELA E GALANTA, suggeriti dal nostro dialetto”. (Luigi Conton).

Nota (1) E così ho girovagato / dove facevano i bicchieri (allusione all’isola di Murano) / al suono della spinetta / fino ai carciofi (allusione all’isola di Sant’Erasmo, famosa per la produzione di quest’ortaggio).

Nota (2) E così ho girovagato / dove facevano le ciotole (allusione a un luogo indeterminato perché i luoghi di produzione erano molti: potrebbe essere di nuovo Murano oppure l’antico centro di Malamocco nell’isola del Lido. Io propendo per questa seconda ipotesi) / al suono della spinetta / per le donne belle.

Petra Codato, Peregrinazioni lagunari, Wetlands, Venezia 2024

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