Carlo Verducci, dopo aver partecipato all’importante progetto di ricerca Tra riformismo carolino e riforme dell’Età napoleonica. Innovazioni e persistenze, promosso dalla Giunta Centrale per gli studi storici insieme alle Deputazioni per la storia patria di Basilicata, Calabria, Puglia, Abruzzo e Marche, con Giacobini, Francesi e Insorgenti tra Marche e Abruzzo (1796-1799), Andrea Livi Editore, 2023, Fermo, torna ad occuparsi del tema delle insorgenze. L’arco temporale scelto dall’Autore, rappresenta uno snodo davvero cruciale, segnato dalla proclamazione della Repubblica Romana, sostenuta dai francesi, e dalle reazioni e controreazioni che si sono susseguite. Verducci ricostruisce, nel primo capitolo, dedicato ai “difficili anni Novanta”, – gli anni della fame, come li ha chiamati Franco Venturi-il quadro economico e sociale dello Stato della Chiesa, caratterizzato da profonde arretratezze in agricoltura, dalla crisi della manifattura serica, dalla frammentazione ed esosità del sistema fiscale, da livelli giurisdizionali che si sovrappongono e si ostacolano nella difesa di prerogative e privilegi. Mentre in Toscana e in Lombardia, la spinta dell’emergenza economica alimenta un dibattito sulla necessità di riforme che fa emergere un nuovo gruppo dirigente formato da nuovi amministratori e uomini di cultura, lo Stato romano – come scrivono i contemporanei – è il ‹‹più miserabile di tutti››, il ‹‹peggiore esistente in Europa››. Le conseguenze delle carestie degli anni Sessanta hanno mostrato l’inefficacia dei tentativi di riforma e hanno portato al dissesto i bilanci dei Comuni costretti ad indebitarsi per l’acquisto, a prezzi sempre più alti, di grano e granturco per far fronte alle necessità di una popolazione ridotta alla fame. Verducci ricostruisce con dovizia di dati e notizie tratte da cronache e fonti d’epoca- il volume è arricchito da una interessante Appendice composta da “Cronachette”, annotazioni di autore anonimo, inserite nelle pagine libere, non numerate di un registro delle messe (1706-1757, e il Diario autografo dell’avvocato Giuseppe Battirelli, dall’8 gennaio 1798 al 29 giugno 1799 -la crisi monetaria e l’avvicendarsi di scelte di politica fiscale che porteranno, nel 1797, il debito pubblico a raggiungere l’enorme cifra di 85 miliardi di scudi. La Marca, in cui resiste la solida maglia delle autonomie locali tracciata nella seconda metà del XIV secolo dal cardinale Gil de Albornoz, continua ad essere “il granaio dello Stato”, la riserva fondamentale per l’annona di Roma che, nella seconda metà degli anni Novanta del Settecento, raggiunge la cifra di 170.000 abitanti. Di grande interesse è la ricostruzione sull’opera di informazione, svolta per tutto il 1789, dal ‹‹Diario››, della famiglia Chracas, e dalle ‹‹Notizie politiche››, curate da Francesco Beccatini, che hanno consentito di far arrivare a Roma le notizie provenienti dalla Francia. Pur vagliati con scrupolosa attenzione dal Maestro del Sacro Palazzo, i due periodici danno conto di quanto avviene in una ‹‹nazione rigenerata e governata costituzionalmente››. Tutto cambia quando, nel 1790, l’Assemblea di Parigi delibera lo scioglimento degli ordini religiosi e la costituzione civile del clero. Con il Quod aliquantum del 10 febbraio 1791, Pio VI – che già aveva condannato, dopo la sua elezione, nel 1775, la rivoluzione dei lumi – respinge ogni tentativo di mediazione proposto dai vescovi presenti nell’Assemblea, dichiara illegittima la costituzione civile e chiude definitivamente la richiesta gallicana sull’autonomia delle chiese locali per l’elezione dei vescovi.  Da questa scelta, dai timori di invasione da parte degli eserciti rivoluzionari e dall’emergere di simpatie giacobine che si vanno diffondendo, muove la decisione di intensificare la propaganda rivoluzionaria, di favorire la formazione di corpi di volontari in armi, incitati dalla predicazione del clero. La necessità di dare ospitalità e sostenere i componenti del clero francese che hanno rifiutato di accettare il nuovo ordine, unitamente alla crescente scarsità di cibo, al malessere sociale sempre più esteso portano a vari, quanto velleitari, tentativi di rivolta. L’Autore ripercorre, offrendo sempre dati molto importanti, dai prezzi dei cereali ai tumulti per il pane, dalle apparizioni “miracolose” di santi e Madonne alle decisione prese – tra repressione e tentativi di trovare una qualche soluzione per ‹‹somministrare [al popolo] l’occorrente per tenerlo quieto››-  le ricadute, in particolare nella Marca, delle conseguenze delle abbondanti piogge e delle siccità, che, in particolare negli anni dal 1793 al 1796, incideranno pesantemente sulle condizioni di vita, dei ceti popolari soprattutto, e delle stesse possibilità di sussistenza. L’ingresso di Napoleone a Bologna, il 13 giugno 1796 e il successivo armistizio, con le pesanti indennità imposte, dai lingotti d’oro alle monete, dalle opere d’arte ai generi di sussistenza, rendono ancora più gravose le già precarie finanze pubbliche. L’anno successivo, dopo che il papa, con le trattive avviate con Vienna ha di fatto rotto l’armistizio di Bologna, i francesi entrano di nuovo nel territorio dello Stato Pontificio e arrivano fino ad Ancona. Nuovi pesanti tributi, temperati dalla decisione di esentare i ceti più deboli, vengono di nuovo imposti. In questo clima, tra febbraio e marzo del 1797 matura l’insurrezione dei contadini e degli artigiani di Sant’Elpidio a Mare, scatenata dalla requisizione delle armi e da richieste di nuove pesanti contribuzioni. Carlo Verducci, che ritiene questa la rivolta più ampia e dalle più vaste ripercussioni nella Marca centromeridionale- dilagherà anche nel Maceratese e nell’Urbinate- ne ricostruisce tutte le fasi e le dinamiche. L’entrata a Roma dell’esercito francese, il 10 febbraio 1798, porterà alla proclamazione, il 15 febbraio, della Repubblica Romana preceduta – data da sottolineare- il 19 dicembre dalla costituzione della Repubblica anconetana che porterà, dal 22 gennaio 1798, alla costituzione del “governo dei Paesi riuniti” formato da Macerata e dalle maggiori città della Marca di Ancona e dello Stato di Urbino. Si apre una nuova fase che porterà a grandi cambiamenti negli assetti istituzionali, amministrativi e sociali. Una cesura, che al di là della durata delle Repubbliche, romana e della Marca, sancirà la rottura, per molti aspetti definitiva, di assetti, norme e pratiche che sembravano inscalfibili. Il perdurare delle difficoltà economiche, la coscrizione obbligatoria e istanze religiose conculcate portano al manifestarsi di rivolte, che seppure represse, saranno l’innesco del movimento delle insorgenze. Grandi protagonisti, animatori e comandanti sul campo, sono i cosiddetti “Capimassa”: Giuseppe Cellini, don Donato De Donatis, Giuseppe Costantini detto Sciabolone e Giuseppe Pronio, fra i più importanti.  L’Autore traccia le loro biografie, le imprese e il contributo dato alle varie battaglie che, tra Marche e Abruzzo, vedranno impegnate le truppe francesi contro contadini, pastori e artigiani diventati, sulla spinta di ragioni economiche e ideali, “truppe a massa”.

 Altro elemento, di grande interesse storico, puntualmente indagato da Verducci, è il rapporto tra il clero, nelle sue varie articolazioni e gerarchie, e gli insorgenti.  L’arrivo, nelle Marche centromeridionali di Giuseppe de La Hoz, imprime una svolta radicale nelle strategie e tattiche di combattimento, decise finora dalle scelte e dall’intraprendenza dei singoli capimassa. De La Hoz, è una figura di grande rilevo: generale di brigata, tenente dell’esercito austriaco, passa all’armata francese, portando con sé una intera compagnia. Il Direttorio della neonata Repubblica Cisalpina gli affida, il 2 luglio 1797, il comando della piazza di Milano; partecipa alla redazione della Costituzione e diventa componente del Gran Consiglio. Dopo il colpo di stato del 31 agosto 1798 che imprime una svolta autoritaria alla Repubblica, De La Hoz, viene privato del grado di generale di brigata e, dopo varie vicende, assegnato alla piazza di Pesaro, nel dipartimento del Metauro. Contrasti crescenti e scelte non condivise- da quelle dell’autonomia del dipartimento all’autorizzazione allo svolgimento di cerimonie religiose all’aperto- inducono i superiori a sospenderlo dal servizio. De La Hoz lascia Pesaro, con un piccolo drappello, nel maggio del 1799, e raggiunge gli insorgenti sui monti Sibillini. L’offensiva per cacciare i francesi e la loro reazione, lascerà dietro di sé una scia di devastazioni, di saccheggi e di imposizioni di tributi per il sostegno delle truppe che inciderà, nel profondo, la storia dei centri, piccoli e grandi, attraversati e “liberati” più volte dai due eserciti. De La Hoz, dopo aver assunto tutti poteri e organizzato il territorio tra il Tronto e l’Esino ristabilendo il precedente assetto pontificio, eliminando però ogni autonomia dei comuni, punta alla conquista di Ancona – dove progressivamente si vanno radunando tutte le truppe francesi sotto l’urto dell’avanzata delle truppe “a massa”, coadiuvate dalla flotta russa e turca e dai relativi contingenti- per poi proseguire verso Roma. L’impresa si rivela meno facile del previsto. Nel corso di uno scontro, nella notte tra l’8 e il 9 novembre 1799, De La Hoz viene ferito e, a causa di una infezione, muore nella notte tra l’11 e il 12. Dopo la sua morte, il comando viene assunto dal generale austriaco Froelich che, dopo un intenso cannoneggiamento, riuscirà ad ottenere la capitolazione dei francesi guidati dal generale Monnier. La successiva rapida smobilitazione delle truppe a massa, sostituite da soldati austriaci, segna il nuovo ordine dove non c’è più spazio per gli insorgenti. Ferdinando IV assicura ai capimassa ricompense e benefici. Quasi a chiudere il cerchio, arriva, il 31 ottobre del 1800, l’editto di papa Pio VII, che concede il perdono ai giacobini. La vicenda personale di La Hoz, ben si presta ad una più approfondita riflessione sul valore delle sue azioni e delle sue scelte e se queste, in qualche modo, possano lasciar intravvedere un’idea di indipendenza italiana.

Verducci affronta questo versante dell’indagine storica riportando le diverse letture, “risorgimentaliste” e “nazionaliste”. Fra queste, quelle di Benedetto Croce e Antonio Gramsci, che hanno argomentato il rigetto della posizione tendente a fare delle insorgenze dei moti pre-risorgimentali. Anche da queste considerazioni finali si evince come queste pagine, che indagano in profondità e con ricchezza di fonti e dati, vicende regionali, concorrano a rendere più chiara e più ricca la trama della storia e a evidenziare le tante stratificazioni che la costituiscono. Un contributo, questo, di Carlo Verducci, davvero importante per la qualità del lavoro di ricerca, per la chiarezza narrativa e per le nuove acquisizioni apportate alla conoscenza di vicende che, a distanza di oltre duecentoventi anni, continuano a offrire temi di riflessioni e di indagine sui processi di lunga durata che innervano e tengono gli accadimenti delle società tra continuità e cambiamenti.

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