
È un polimorfico libro, sostanzialmente un saggio, che descrive magicamente quello che davvero è l’Amazzonia: un mondo a sé, ricchissimo di vita e di biodiversità, di foresta impenetrata e di foresta violata, di fiumi immensi e infinite ramificazioni convergenti, di acque nere e bianche, costeggiati da villaggi rivieraschi che vivono tra il moderno e il paleolitico con un coraggio tanto preistorico quanto politico, lontani – di giorni di battello e di modi-valori del vivere – da qualche città caoticamente cresciuta che funge da riferimento per approvvigionamenti essenziali e funzioni sociali, come Manaus. Di base, senza scadere mai in autobiografismo, la vicenda dell’io narrante, Emanuela Evangelista. Lei con la competenza e la funzione sociopolitica di biologa della conservazione e di attivista ambientale, ci porta davanti alle attuali e futuribili devastazioni di questo polmone della terra, mostrandoci con le minuscole sperimentazioni di compatibilità ambientale, anche le immense catastrofi dovute alla deforestazione per moltissimi motivi di privato profitto economico, nonché all’intervento scellerato di opere pubbliche dalle conseguenze devastanti. La sua denuncia, mai roboante, ma precisa, minuziosamente descrittiva e dimostrativa, che guarda anche al cattivo uso delle risorse da parte degli abitanti rivieraschi, apparentemente innocui nelle loro minime necessità di sopravvivenza, e che non esita ad alzare il dito contro politiche governative e globali, che non tace certo tutte le piccole, piccolissime vittorie di cui anche lei è autrice; purtroppo questa denuncia si prolunga in una sottile eco pessimista: tra trent’anni non ci sarà più l’Amazzonia. Se. Non è un ‘se’ puntualizzato dalle mille recriminazioni e accuse e proposte tanto solenni quanto generiche che i bravi ambientalisti di casa nostra troppo spesso si limitano a lasciare al livello dello slogan. Lei ci vive, in Amazzonia, ci racconta i suoi troppi tempi morti, le troppo difficili distanze, la troppa diffusa ignoranza e inconsapevolezza, la fatica quasi impotente delle leggi giuste, la rapidità proterva di chi ha i soldi per disfare non visto, non fermato. Ma comunque riesce – e questo è tanto drammatico e tragico come in una favola a nonlieto fine –, con l’immediata accoglienza nella sua palafitta, tra i suoi compaesani e amici e animali domestici (tra cui finiscono anche i ragni, le formiche di fuoco, i grilli, i pipistrelli, anche i caimani), riesce a darci, quasi tattile, sensorea, verissima, la vita lungo il fiume. Mai davvero quotidiana, perché, come dice lei:
“Con una tale quantità di vita intorno, chiudere gli occhi la notte è un atto di fede. Per la verità non c’è quasi niente qui che io possa fare con leggerezza, non un bagno al fiume, non una passeggiata: il livello d’attenzione non può scendere mai, i pericoli sono ovunque e sempre mimetizzati. (…) Conobbi il timore dei fulmini, del vento, degli incendi, dei giaguari e delle vespe della notte (…) La sensazione di non avere intermediari nel rapporto con la natura, che è così diretto da diventare feroce. La consapevolezza di trovarmi in una posizione di svantaggio e dipendenza”.
Eppure magica:
“Ventitré anni dopo, però, l’incanto è ancora lo stesso. Entrare in foresta continua a portarmi nello stesso stato meditativo (…) La mente si calma, incantata da suoni che, come canti di sirene, ammaliano e disciolgono le mie tensioni. (…) Inoltrarsi in una foresta primaria ha qualcosa di viscerale, è un cammino interiore. (…) Il pulsare della vita intorno a me continua a darmi grandi emozioni. Una farfalla di un colore diverso, un minuscolo grillo pitturato come un arlecchino, uno sciame di lucciole che adorna un albero come se fosse Natale, il colibrì che viene a guardarmi allo specchio ogni mattina, l’armadillo che attraversa quatto quatto il cortile mentre i cani sonnecchiano, tutti continuano a darmi la stessa emozione del caimano Willy giù al porto, del cervo che è venuto a mangiare foglioline in giardino, del formichiere gigante, del puma, dell’istrice, della scimmia saki che incontro in foresta o dei delfini che mi circondano la canoa quando torno a casa al tramonto.”
Se qualcosa può smuovere una qualche forma di speranza in noi, fino a chiedere con la giusta voce, è proprio “l’incanto” che l’autrice riesce a restituirci di quel mondo, insieme alla sua necessità, tanto fisica che spirituale. Si legge come un romanzo, si radica nella mente e nel cuore come un’esperienza di enorme ricchezza. Speriamo non diventi presto un mito come l’Eden.
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