Con molta onestà, un certo coraggio e indipendenza, una istituzione non certo sospetta di sinistrismo radicale, davanti al mondo intero, mostra i due volti del fascismo e del razzismo di ieri e di oggi premiando due film che testimoniano la violenza del potere. La statunitense Academy of Motion Picture Arts and Sciences, nata nel 1927, assegna un importante Oscar, come miglior film internazionale, al brasiliano Io sono ancora qui, di Walter Salles, già presentato in concorso a Venezia 81, dove aveva guadagnato l’Osella d’oro per la miglior sceneggiatura. E penso che la scrittura di Heitor Lorega e Maurilio Hauser abbia giocato un ruolo importante nell’ottima riuscita del racconto cinematografico. Perché mettere in scena un libro di memoria famigliare vuol dire calarsi nella storia e nella vita di una persona, di una famiglia, in questo caso colpita da un evento straziante e costretta a viverne ogni giorno il dolore e il ricordo. Naturalmente il merito va esteso al regista e agli interpreti. Un film è un prodotto corale e qui si respira una intenzione comune e un impegno collettivo, intensi e riconoscibilissimi. L’autore ci informa che il libro di memorie di Marcelo Rubens Paiva del 2015 che ha lo stesso titolo (edito in Italia da La nuova frontiera – 2025) lo ha molto commosso, e ancor di più perché conosceva la famiglia Paiva ed era amico di Marcelo e degli altri figli del rapito. Il film racconta infatti dell’ex-deputato Rubens Paiva, che vive a Rio de Janeiro con la moglie Eunice Facciolla e i cinque figli. Nel 1971, la figlia maggiore, studentessa universitaria, è un’attivista del movimento studentesco e prudentemente viene mandata a studiare in Europa per proteggerla. Sarà invece il padre, che in incognito sostiene anche finanziariamente l’opposizione al regime, ad essere sequestrato dalla polizia della dittatura. Subito dopo la moglie viene arrestata ma fortunatamente rilasciata dopo poco. E qui comincia la sua lotta per riavere il marito e continuare ad occuparsi della famiglia, adesso in peggiori condizioni economiche. Ottenuta la conferma che Rubens è stato assassinato trasloca la famiglia a S. Paolo dove riprende gli studi e, laureata, diventa un’attivista dei diritti umani. Solo parecchi anni dopo di ricerche e insistenze della donna, lo Stato certifica la morte del deputato, ammettendone indirettamente la responsabilità. Fernanda Torres, incarna Eunice esaltandone l’indole instancabile e fiera, prudente e coraggiosa, dal corpo esile e tremante, con sul volto occhi profondi decisi a non abbassare mai lo sguardo, e un sorriso amaro di chi che assapora una magra vittoria, tardiva, vana per lei, ma non inutile per i brasiliani, né per tutti i popoli in lotta contro le dittature.

E sono ancora lì e senza alcuna intenzione di andarsene i sopravvissuti di Gaza e i nativi della Cisgiordania ancorati alle loro terre occupate e usurpate. Anche loro premiati da un Oscar importante che fa giustizia della verità e della peggior propaganda israeliana: quello assegnato al miglior documentario, realizzato da un gruppo di attivisti israeliani e palestinesi di cui Cartavetro ha già gentilmente ospitato le mie sofferte considerazioni. Come era prevedibile lo Stato ebraico, che così ama identificarsi senza rendersi conto che quell’autodefinizione è odiosamente razzista, si è molto arrabbiato, come si era arrabbiato l’anno scorso per le pungenti parole del premiato regista Jonathan Glazer del bellissimo La zona d’interesse. Quest’anno No other land non lascia dubbi sulla natura coloniale dell’occupazione dei territori palestinesi, sull’illegalità degli insediamenti e sulla violenza dei coloni spalleggiati e protetti dall’esercito, sulle politiche di apartheid praticate sotto gli occhi di tutti, senza pudore né vergogna.  Non digerire le critiche e protestare non fa altro che smascherare l’enorme coda di paglia di uno Stato, Israele, che si nasconde continuamente accusando tutto e tutti di antisemitismo. E può continuare perché, come Golda Meyer ebbe a dire “dopo l’Olocausto Israele può fare quel che vuole”, sostenuto com’è da un Occidente che si riempie la bocca di diritti umani tranne quelli dei popoli che non sottostanno alle proprie volontà.

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