Noi e loro (Jouer avec le feu) diretto da Delphine e Muriel Coulin è stato presentato in concorso alla 81° Mostra di Venezia e il suo protagonista Vincent Lindon ha vinto la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile.

Uscendo dalla visione di Jouer avec le feu (Giocare col fuoco) sono molto pensieroso e pieno di interrogativi. Intanto non sono completamente sicuro che il film mi sia piaciuto o, meglio, mi abbia convinto. In Italia il film uscirà col titolo Noi e loro e probabilmente questa nuova titolazione potrebbe evidenziare meglio il tema del racconto cinematografico. Quando poi leggo sul catalogo che nel circuito internazionale il suo titolo sarà The quiet son (Il figlio tranquillo) e ad ispirarlo è stato un romanzo intitolato Quel che serve di notte, la faccenda si complica ancora. Mi muovo allora cercando nella trama un possibile fil-rouge che riconduca a una sintesi i miei pensieri.

La storia è quella di Pierre un sessantenne operaio delle ferrovie, rimasto vedovo, che si trova a crescere e convivere coi suoi due figli. Luogo privilegiato del racconto, la casa. Apparentemente, tutto è andato bene, nel senso che il legame famigliare è cresciuto saldo e sereno. Ma poi irrompe l’adolescenza, la crescita, e le strade si dividono, non solo quelle da percorrere nel mondo, ma anche quelle interiori, che si pensavano “parallele” e invece si scoprono divergenti. Succede infatti che il figlio più giovane, studente dai buoni risultati, sia in procinto di lasciare quel nido tutto maschile per trasferirsi a Parigi per studiare alla Sorbona, Fus, il maggiore, dai mediocri risultati scolastici, è invece alla faticosa ricerca di un lavoro e forse di un posto nel mondo. Frequenta la tifoseria della squadra di calcio del Metz, si trova col suo gruppo di hooligans in un capannone dove si svolgono violenti incontri di pugilato. Ambiente border-line per eccellenza, dove la violenza esercita un indubbio fascino e per gruppi di estrema destra, è quasi scontato fare proseliti. Per il ventenne, ribelle ancora senza una causa, è davvero facile naufragare in quel mare. Succede che un compagno di lavoro del padre lo informa di aver visto suo figlio Fus tra quei fascisti che di notte hanno attaccato un gruppo di ferrovieri. Inevitabilmente lo scontro prima sotterraneo affiora alla luce del giorno ed esplode tra le pareti domestiche. Pierre, dalla vita specchiata e dai valori di giustizia e uguaglianza sempre vissuti con coerenza ed espressi con altrettanta onestà, si chiede come possa suo figlio averli traditi con tanta ingenuità. Chissà se ingenuità è la parola giusta. Ma un’altra non mi viene. Il film mette in scena il tormento del padre, un conflitto interiore che esce dallo schermo e mi invade. Chissà se invade tutti gli spettatori? Dovrebbe. A guardare le facce all’uscita un certo scompiglio l’ha creato. Il film affida la propria efficacia soprattutto agli attori. Benjamin Voisin e Stefan Crepon i due giovani sono esemplari, con un fisico asciutto, volti spigolosi ma lisci di pelle, a rimarcare una giovinezza anche interiore, dove le idee, la coscienza sono ancora in via di formazione. Il padre invece è un uomo tutto di un pezzo, nel senso migliore del termine, gli si legge in faccia la generosità, l’affetto, e quella che ancora oggi gli sopravvive ed è giusto chiamare coscienza di classe. Vincent Lindon, del resto, conserva sulle rugosità del volto, nelle movenze del portamento, i personaggi sociali dei film politici di Stephan Brizé, e ti basta vederlo da lontano per definirlo di sinistra. Che per me, a scanso di equivoci, è anche un complimento. I dubbi però che mi attanagliano dopo la visione sono dovuti a una esposizione forse un po’ fredda, neutrale, distante. Una macchina da presa che si limita a guardare, a destreggiarsi nei suoi posizionamenti senza mai schierarsi. Come se non sapesse decidere chi è che gioca con il fuoco, se il padre che si chiede, come le registe, se si può continuare ad amare un figlio che tradisce le sue origini, o il figlio che si aggrega a chi il fuoco lo maneggia non solo metaforicamente. Uno sguardo che tra noi e loro non sa chi privilegiare, se il ragazzo tranquillo che tranquillo non è o il padre che sa che quel che serve di notte è di sicuro una torcia, che in una scena del film, gli illumina il cammino per seguire, smarrito ma non perso, i binari della propria vita.   

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