In margine alle mostre: Giulio Turcato – Libertà e Felicità, a cura di Enrico e Lorenzo Lombardi, Galleria Lombardi, Roma, 1-29 marzo 2025 ; Giulio Turcato – Cosmic Infinity, a cura di Martina Caruso, Secci Art Gallery, Milano, 14 febbraio – 5 aprile 2025.

Vorrei arrivare a inventare qualcosa, anche se non è semplice,
anche se in fondo gli stessi mezzi della pittura sono limitati.
Forse la musica ne ha di migliori. Nella pittura hai a che fare
con una superficie dura da smuovere come la tela, e da cui è complicato uscire.
Io sperimento per riuscire a spostare un po’ più in là il limite dell’espressione possibile,
per dilatare il linguaggio. Bisogna creare una forma intensamente psicologica,
lavorando anche sugli strumenti. (…)
L’assoluto è semmai nell’immagine. La pittura è il veicolo.
Ecco perché non amo l’astrazione geometrica,
perché si lavora sempre su una forma dura, fisica, che ha una storia.
Giulio Turcato, 1982
Martedì 24 gennaio 1995 il “New York Times” annunciava la morte di Giulio Turcato, avvenuta domenica 22 gennaio a Roma (era nato a Mantova, da genitori veneziani, nel 1912), definendolo uno dei più importanti esponenti dell’avanguardia postbellica in Europa.
In effetti, qualsiasi fase produttiva e qualsiasi tipologia di lavoro della lunga parabola artistica di Turcato si vogliano prendere in esame, sarà facile constatarne la grande originalità e l’assoluta peculiarità stilistica, tali da consentirne l’immediata attribuzione al suo autore anche da parte di chi non sia un grande conoscitore d’arte contemporanea.
Ciò che ha permesso a Turcato di lasciare una traccia indelebile sulla strada dell’Arte moderna e contemporanea è stato il suo individualismo creativo, il nomadismo interiore che lo ha portato a creare un linguaggio assolutamente unico e originale, dove vige imperante la sua forma-colore.Di essa ha fatto la ragione di una ricerca inesausta, di una sperimentazione durata sino ai suoi ultimissimi anni di vita, anni in cui realizza molti capolavori a tutt’oggi quasi sconosciuti. Nel momento stesso in cui interpreta i vari modelli di conoscenza, Turcato traccia la mappa di un nuovo immaginario, di una dimensione creativa assolutamente libera e sorprendente, come testimonia anche il percorso antologico realizzato dalla Galleria Lombardi nell’odierna mostra romana, che opportunamente sottolinea sin dal titolo la Libertà e la Felicità dell’arte di Turcato.


Politicamente impegnato, appassionato di scienze (dalla biologia, all’entomologia, all’astronomia), viaggiatore, ricercatore, personaggio fortemente ironico e in continua evoluzione, Turcato respira gli eventi del suo tempo per consegnarli alla perennità dell’immagine artistica, con un linguaggio nuovo, dove saggiamente dosa esplorazione di nuovi soggetti e mescolanza di materiali inediti per la pittura (ora ispirati a una rievocazione dadaista, ora anticipatori delle più recenti vocazioni materico-oggettuali).
Giulio Turcato viene considerato uno dei più significativi interpreti dell’astrattismo pittorico in ambito europeo, ma il suo lavoro è assai articolato e complesso, e comprende affascinanti risvolti figurativi e straordinarie sortite nell’ambito della scultura e della scenografia.Partito dalla lezione di Cézanne, Matisse, Kandinskij, dei plasticisti olandesi e dei futuristi (soprattutto Giacomo Balla), l’artista lombardo-veneto di origine, romano d’adozione (a Roma ha vissuto più di cinquant’anni), ha saputo imporre un proprio linguaggio ritmico e dinamico, facendo della forma-colore il fulcro di una ricerca che va oltre l’informale. Ha affrontato l’astrazione con radicalità e anticonformismo, con determinazione e lirismo, senza mai rinunciare alla sperimentazione. Così, i Reticoli, gli Arcipelaghi, i Segnici, si alternano alle le Superfici lunari in gommapiuma, facendo da contraltare ai Cangianti, dove il colore diventa protagonista di un’ipotetica partitura musicale. “Queste immagini, sensazioni, materiali, memorie, illusioni allucinazioni, forme, itinerari, sono il mio bagaglio aperto alla dogana del prossimo millennio”, ha scritto l’artista. Un’affermazione che potrebbe essere letta come una dichiarazione di poetica da parte di un artista che ha svolto un compito essenziale nel liberare l’arte dalle convenzioni accademiche, in un percorso originale e solitario.


In effetti l’artista, sin dai primi quadri “figurativi” degli anni ’30 e ‘40, libera il colore dalla sua condizione di attributo di un determinato oggetto e lo restituisce alla sua condizione primaria di “struttura della luce”. Lo stesso si può dire per tutti gli altri elementi costitutivi della visione pittorica: le masse, il volume, il chiaroscuro, i ritmi formali.
Da una parte, il linguaggio astratto di Turcato ripropone perennemente una densità psicologica e pulsionale che lo differenzia sia dalle tonalità analitiche sia da quelle astratto-naturalistiche. Dall’altra, il suo lavoro pone un problema critico ancora in gran parte disatteso, e che può riassumersi come proposizione di uno spazio-forma assolutamente libero e “aleatorio”, in un senso abbastanza analogo a quello che il termine ha assunto in riferimento a certi aspetti della ricerca musicale contemporanea. Non è quindi casuale la fascinazione di Turcato per la musica e il suo rapporto con grandi musicisti contemporanei come Luciano Berio, il bisogno di immergere le sue opere nel flusso reale della musica, in una sorta di “opera d’arte totale”, di teatro wagneriano (si pensi al grande lavoro teatrale Moduli in viola – Omaggio a Kandinskij, realizzato per la Biennale di Venezia nel 1984, con musiche di Berio e coreografie del grande danzatore giapponese Min Tanaka ).

Turcato si pone nel solco di quell’arte moderna che, pur lasciando cadere il concetto kantiano di “idea”, opera nello spazio dell’immaginazione pre-oggettuale, portando la sua ricerca sul terreno delle condizioni stesse della rappresentazione, cercando di restituire nel colore la “verità”, l’essenza dell’immagine: la luce, nelle sue infinite varianti cromatiche, da mezzo per elaborare una visione in quanto rappresentazione, diviene l’essenza stessa della visione.
Scriveva Emilio Villa, a proposito della luce di Turcato, nel 1977: “Nessuna ‘luce’, possiamo dire, tra quelle che la pittura ha rivelato o adottato, è simile a questa che emana da ogni stesura di Giulio Turcato. (…) Turcato è da intendere oggi finalmente come altissimo Relatore di quella “luce” che è protagonista (quasi mitica) di un universo semplice (mundus simplex), in tutto affine alle proprie intuizioni plotiniane e a quelle della maggiore Gnosi.” [1]
E Turcato scriveva ancora:
“Ho pensato che forse non ci sono fatti risolutivi o modelli inalienabili: questo non può essere perché anche nell’arte c’è il relativo. (…) per la conquista di un espressione artistica è necessario procedere con persistenza nelle conoscenze tecniche che abbiamo, per poi di volta in volta usarle nel miglior modo possibile, ma anche violentarle e andare oltre.”
Turcato è dunque sempre alla ricerca di un’avanguardia “ulteriore” rispetto ai movimenti del primo dopoguerra, ad alcuni dei quali, del resto, egli aderisce: l’Art Club, il Fronte Nuovo delle Arti, Forma 1, il Gruppo degli Otto di Venturi…. Ma nei suoi frequenti viaggi a Parigi, verso la conoscenza delle fonti storiche dell’astrazione (da Monet a Matisse, a Derain, a Kandinskij, ad Arp….) il pittore italiano sembra infatti subito cercare, già negli anni ’40, qualcosa che si cela dentro il visibile. Affronta la tematica della “natura” come spazio dominato da leggi fisiche universali , ma suscettibili di infinite applicazioni e sviluppi individuali. La natura come campo dell’oggettività scientifica, e contemporaneamente della soggettività artistica e poietica. In questa ricerca il microcosmo dell’immaginazione simbolica dialoga dunque ininterrottamente con la dinamica della geometria e della struttura cosmica.
Arte, dunque, come processo, funzione, apertura su eventi in divenire, non più come oggetto. Arte che però non si pone semplicemente e pedissequamente sulle orme della scienza, ma piuttosto ricerca la propria consanguineità con essa: quel comune principio creativo alla radice della scienza e dell’arte, teorizzato con grande convinzione e passione anche dal geniale filosofo della scienza Paul Feyerabend.

Negli anni ’70 – presi in esame dalla mostra alla Secci Art Gallery di Milano – le campiture di colore si fanno più ampie e nette, le superfici pittoriche diventano vaste distese monocrome in cui spiccano pochi elementi essenziali, ma emerge anche un estro inventivo e fantastico sempre rinnovato evidente in opere come La passeggiata (1972) o Il Tunnel, (1972). Turcato sembra procedere per sottrazione, per rarefazione, sulla via di una riduzione agli elementi primari della pittura, cui non sono certo estranee le ricerche della “pittura analitica” di quegli anni. Ma, lungi dall’affidarsi alla pura tautologia dei materiali e degli strumenti espressivi, mantiene sempre vivi nella sua arte il racconto del sogno, l’avventura dell’immaginazione, la curiosità dell’interpretazione.

Si avverte sempre di più l’esigenza di sconfinare, di oltrepassare i limiti della pittura , di allargare i suoi dominî magici ed aleatori. Tutto diventa occasione per nuove invenzioni di forme e colori che ridefiniscono l’immaginario umano, individuale e collettivo, nel momento stesso in cui interpretano i vari modelli di conoscenza. E un’avventura dell’immaginazione che ha radici in un’avventura reale (un viaggio in Kenya con la moglie Vana Caruso nel 1970) sono le sorprendenti Oceaniche esposte alla Biennale di Venezia del ’72. Scrive Martina Caruso, nel suo testo curatoriale:
“La sala personale allestita da Turcato alla Biennale di Venezia del 1972 si presenta come un’esplosione di colore all’interno di un’installazione anticonformista. Gran parte delle opere esposte vennero create appositamente per la Biennale e preannunciarono le future sperimentazioni dell’artista con la forma, la composizione, la sculturalità, la scala dimensionale e il colore. La Galleria Secci ha scelto di ricreare questa mostra, la quale ha costituito un punto di svolta nella carriera dell’artista”.
Nelle Oceaniche i ricordi “etnografici” di vele e canoe prendono corpo in forme leggere e splendenti, dalle inedite sagomature. Scrive ancora Martina Caruso:
“Precorrendo i timori di Jaques Derrida sui tradizionali bordi squadrati dell’immagine, trattati nel saggio “Parergon” all’interno de La Verità in Pittura ( 1978 ), Turcato ha trasformato la tela in qualcosa di plasmabile che poteva essere ritagliato in forme diverse, piuttosto che tirato su strutture rettangolari, rendendo così più profondo il suo approccio alla forma”.
Imprevedibilità della forma, pervasività del colore….Il colore è il demone eterno e sempre mutevole di Turcato, che ora fa corpo con la materia profonda e densa dell’opera, ora brilla di un timbro dissonante, svelato dalle diverse incidenze della luce. Ecco allora, a offrirci un assist in questa interpretazione, anche alcuni scritti dell’artista, ad esempio quella sua splendida analisi poetico-psicologica del colore viola (fondamentale nelle sue ricerche), che è anche un inno al cromatismo, consegnata a un manoscritto del 1977: “Viola luce intravista e annuncio di tenebre/ Viola diverso/ Viola è principio/ i colori sono la nostra libertà/ investono la materia e la trasformano/ la nostra fantasia è realtà nuova/ Viola via di uscita verso/ dentro”[2]

[1] E.Villa, La “luce” di Giulio Turcato, catalogo della mostra presso la Galleria Fontanella Borghese, Roma, 1977.
[2] G. Turcato, Viola L, in F. Gualdoni, Giulio Turcato, Silvana Editoriale, Milano, 2001, p. 213.
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