SIAMO TUTTI ARTISTI?

La domanda con la quale apro la discussione oggi è legittima dopo quanto avvenuto nella seconda metà del secolo scorso.
Prima di addentrarmi nel merito una premessa che chiarisca la mia posizione attorno a questa domanda.
Non porto con me il bagaglio dello storico dell’arte e nemmeno quello del critico d’arte, ma un bagaglio di esperienza nel campo dell’arte visiva quali il disegno, la pittura e la scultura.
Di questi ne ho fatto il mio modo di stare al mondo, di capire la realtà, di rapportarmi con gli altri ampliando le mie capacità espressive, le mie abilità, la mia sensibilità, la mia formazione culturale.
Questo mio bagaglio è iniziato quando, ragazzo, guardavo mio padre scolpire il legno. Ne ero affascinato!
Due madonne lignee sono presenti in 2 rispettabili famiglie di questo paese. Una terza in una famiglia emigrata a Milano sul finire degli anni ’50. In via Mastellara, in un’edicola privata, è presente un sant’Antonio con bambino, commissionato dalla proprietaria della chiesetta. Un crocefisso si trova nella chiesa di Canda, commissionato da una famiglia locale per un voto. Ancora, un crocifisso in Liguria e uno nello studio assieme a una madonna. Nel 1971 con un crocifisso presentato, tramite l’associazione Artigiani di Rovigo, alla mostra dell’artigianato a Firenze, vinse il primo premio: una settimana a Monaco di Baviera in Germania.
Dunque all’arte sono stato iniziato. Quando mi sono iscritto all’Istituto d’Arte locale portavo con me un piccolo bagaglio di esperienza soprattutto nel disegno. Mio padre disegnava formelle per mobili e oggetti che poi dipingeva e laccava. Qualche famiglia locale conserva ancora qualcosa di suo.
La frequentazione dell’Istituto d’Arte ha ampliato il mio bagaglio. Durante gli inverni di quei tre anni ho ritratto quasi tutti i clienti dell’osteria gestita da mia madre e mio zio. Nelle estati di quegli anni andavo all’ospizio (così lo chiamavano all’ora l’odierna casa di riposo) a disegnare le persone anziane che erano ricoverate. I miei riferimenti erano Honorè Daumier (i suoi disegni erano le atmosfere dei personaggi dell’osteria e Maurice Vlaminck (i suoi paesaggi invernali erano le atmosfere della mia borgata).


Le grandi nevicate di quegli anni, i lunghi ghiaccioli che pendevano dai tetti delle case senza grondaie, i silenzi di quegli anni. La modernità arrivava lenta. Le biciclette, qualche asino e cavallo percorrevano le strade. In osteria la maggior parte arrivava a piedi. Le tormentate pennellate di Vlaminck alimentavano le mie inquietudini giovanili: non mi hanno mai abbandonato.
Nella mia famiglia non vi erano riferimenti diversi dal mondo dell’arte. Non geometri, ragionieri, metalmeccanici o agricoltori. Un fratello di mia madre suonava il clarinetto nella locale banda musicale del maestro Boni, l’altro era tenore nel coro della RAI di Torino, cugini di mia madre, un maestro di violino, un altro suonava il pianoforte e un altro la chitarra.

Quando ho finito l’Istituto d’arte ho fatto la domanda all’Accademia d’Arte drammatica di Roma. Mi sarebbe piaciuto fare l’attore. Non erano solo i soldi che mancavano per farmi vivere in una città come Roma. Timido e con un forte problema espressivo sarei stato facile preda di osservazioni.
Mio fratello, già assistente all’università di Bologna mi iscrisse all’Accademia di Belle Arti.
Dopo il primo anno mio fratello fu chiamato all’Accademia della Crusca a Firenze per la stesura di un vocabolario della lingua italiana.
Dovevo seguirlo; non vi erano altre possibilità.
È qui, a Firenze, che respiro l’aria, l’atmosfera internazionale dell’arte È qui che senza esserne troppo consapevole emerge la domanda: siamo tutti artisti?
Il mio percorso formativo tenne in poco conto ciò che accadde fuori dell’Accademia.
Nell’aula c’era la modella che contribuiva alle mie inquietudini. Bastava che spostassi il cavalletto di un passo ed ecco l’atmosfera cambiare.
Una nuova tensione cresceva!
Dunque è con questo bagaglio che affronto la domanda ed è con questo bagaglio che tenterò la risposta: la mia risposta!
Nella seconda(prima?) metà del secolo scorso un noto artista francese, Marcel Duchamp decretò la morte dell’arte attraverso la dichiarazione:” sto diventando un pittore professionista e la professione è sempre la morte dell’arte”.
Poi passando ad un tono drammatico, insolito nelle sue dichiarazioni, quasi sempre votate ad una grande ironia:” I grandi maestri erano professionisti ed erano fabbriche costituite da un solo uomo. L’arte non si fa nelle fabbriche. Preferirei che mi sparassero, suicidarmi o uccidere qualcuno piuttosto che dipingere di nuovo”.
È bene ricordare che prima di tutto Duchamp ha attraversato il Fauvismo, il Cubismo, il Dadaismo e il Surrealismo.
Con la dichiarazione della morte dell’arte Duchamp ha detto:” Il bagaglio di esperienza, di sensibilità, di abilità, di emotività e di tutto ciò che ha caratterizzato sin qui l’artista, non serve più. Buttate via tutto perché ciò che conta è l’idea. Con l’idea siamo tutti artisti!
Sostenuta da una parte della critica, da quanti hanno buttato il proprio bagaglio e da quanti non ne avevano alcuno, nasce una nuova tendenza che definisco “Arte ragionata” ma che un termine più appropriato definisce “Concettuale”.
Chi ha aderito a questa tendenza non rinuncia a farsi chiamare artista e i propri lavori, “opera d’arte”.
Le opere che vengono realizzate sono accompagnate da lunghe e interessanti presentazioni, profondi discorsi la cui natura è quasi sempre filosofica.
Le opere perdono le caratteristiche che hanno sempre avuto: incanto, stupore, meraviglia, ma si reggono sui concetti filosofici. Senza questi non vi è comunicazione perché scompare l’incanto, lo stupore, la meraviglia.
Ora per chiarire meglio la tendenza “Concettuale” faccio un salto avanti nel tempo.
Circa 25 anni fa, o forse più, in una trasmissione televisiva che si occupava di aste, il banditore proponeva le opere di un artista concettuale. Non ricordo il nome ma ricordo benissimo le sue parole: non chiedete a questo artista di farvi il ritratto perché non lo sa fare: non saprebbe da dove cominciare. Diceva questo sottolineandolo come un pregio a vanto dell’artista.
Per addentrarmi di più nell’arte ragionata, concettuale, vi racconto 2 opere realizzate (è meglio manifestate!?) in questi ultimi tempi. Non le ho viste ma le ho lette sui giornali da cui si presume lo scopo primo dell’arte concettuale: generare scalpore, spettacolarizzazione, autoreferenzialità e far parlare di sé.
Nella galleria d’arte Moderna di Bolzano, circa 5 anni fa, un gruppo di 13 artisti (il giornale diceva 12+1 in quanto dodici erano donne + un uomo) dopo aver fatto precedenti annunci utili a creare curiosità, realizzavano un’opera dal titolo “Ultima cena”. L’opera realizzata dalle 12+ uno e il titolo ha fatto subito capire di cosa si trattava e il fatto che 12 fossero donne ha immediatamente agito come dissacrante. E fin qui poteva essere!
Le 13 persone non hanno realizzato un disegno, una pittura o una scultura. Dopo aver fatto imbandire una grande tavola piena di cibo e bevande le hanno consumate gozzovigliando per poi alla fine andarsene.
Il giorno dopo, all’apertura, il pubblico avrebbe trovato come opera la tavola con i resti della cena: “L’ultima cena”!
Se non che prima dell’apertura gli addetti alle pulizie hanno ripulito tutto, messo nei sacchi e buttato nell’immondizia!
Subito è stato gridato: “Scandalo! È stata rovinata un’opera d’arte!!!”. Ma ecco che una delle artiste (suppongo io quella che aveva avuto l’idea, ma posso sbagliare) ha subito corretto: “No, no! Nessuno scandalo! L’opera d’arte è oggetto ed è soggetta al consumo e come tale è giusto che sia finita così!”. I giornali comunque ne avevano parlato ed il fine ultimo è stato raggiunto.
Ora mi permetto una riflessione personale: se l’opera d’arte è oggetto e soggetto di consumo perché non farla arrivare all’ultimo stadio!?: le feci! Bastava etichettare dei barattoli con la scritta “Feci dell’ultima cena”, dato che in precedenza Piero Manzoni aveva etichettato barattoli con la dicitura “Merda d’artista” per smitizzarne la figura.
E passo all’opera successiva. Nel museo d’arte moderna di Seul, l’artista concettuale più pagato al mondo, Maurizio Cattelan, ha esposto ad una parete del museo una banana fermandola con del nastro adesivo. L’opera, valutata 130 mila euri, è stata sostenuta dalla critica con argomentazioni socio-politico-filosofiche. All’apertura, un giovane asiatico, che non aveva fatto colazione ha mangiato la banana ed ha riappeso la buccia. Catellan, subito informato, si è limitato a chiedere agli addetti al museo, di appendere tutti i giorni una banana fresca per la durata della mostra. La notizia della banana e del successivo gesto, nonché della reazione di Cattelan, ha fatto il giro del mondo determinando il vero risultato importante: il Concettuale deve sempre fare spettacolo.
A questo punto mi permetto una riflessione personale su quella che mi appare (senza titolo di critico) una banalità. Cattelan probabilmente era d’accordo con il giovane asiatico e forse sperava che le banane successive venissero anch’esse mangiate, amplificandone in tal modo la spettacolarizzazione.
Ma torniamo alla nascita dell’arte ragionata, Concettuale.
Ciò che è accaduto nell’arte visiva: disegno, pittura, scultura (elenco in questo ordine perché si è sempre detto che non esiste pittura e scultura senza disegno), non è accaduto nelle altre arti. Nella musica ad esempio. La cito perché durante gli anni di insegnamento del disegno ho spesso preso la musica come riferimento e in modo specifico il pianoforte o il violino.
Per suonare occorre sviluppare un continuo esercizio apparentemente ripetitivo. Come nel disegno. Solo apparentemente perché nel ripetersi dell’esercizio si sviluppa, si amplia, si rafforza la capacità interpretativa, la sensibilità, l’emotività, la creatività. Se bastava spostare di un passo il cavalletto per vedere il soggetto (la modella nel mio caso) con una nuova luce, nuova emozione, nuovo sentimento, ripetere l’esercizio al pianoforte aveva ed ha lo stesso valore.
RUBISTEIN suonava 6/7 ore al giorno e lo stesso faceva, o fa ancora il nostro violinista UTO UGHI. Non si è una ripetizione meccanica perché ogni suonata è unica e irripetibile come ogni esercizio al disegno.
La creatività non nasce dal denaro ottenuto da un’ipotetica committenza (qualora ce ne fosse una) o da una necessità economica.
Nasce dalla generosità, dalla gratuità e dalla potenza introspettiva dell’artista perché il primo a pretendere soddisfazione dall’opera è l’artista stesso.
Gli antichi greci avevano un termine per tutto questo. Generosità, gratuità, interpretazione, emotività, introspezione, creatività: PATHOS.
Finita l’opera l’artista può compiacersene ma è un’emozione, un sentimento che dura poco perché il PATHOS chiama per una nuova emozione, una nuova atmosfera per un nuovo atto creativo. Il PATHOS è un’emozione costante, permanente dell’umanità, della generosità, della gratuità dell’artista.
Il mondo dell’arte è ricco di esempi che potrei portare ma ne cito solo alcuni come alcune opere di Frida Kahlo, pittrice messicana; in particolare “La colonna rotta” dove il suo dolore fisico e psicologico si fanno PATHOS e mi hanno trasmesso un’emozione fortissima.
L’opera non è accompagnata da ragionamenti filosofici. Ho partecipato alla sua sofferenza e mi ha stupito la sua introspezione.

Ma voglio soffermarmi a due opere meno distanti.
A Lucca ho visitato la tomba di Ilaria del Carreto. Il giorno della visita, se fossi stato solo, avrei toccato il volto, il corpo, le vesti marmoree che fanno da coperchio alla tomba. Avrei voluto abbracciarla per l’emozione che ho provato. Mi sono chiesto come abbia potuto, Jacopo Della Quercia, conservare per tutto il tempo dell’esecuzione, la sua emotività, sensibilità, il suo PATHOS.

Se riusciamo a liberare la nostra mente e i nostri occhi dalle immagini di cui il quotidiano ci circonda, entriamo finalmente nel PATHOS di Jacopo. L’opera non accompagnata da discorsi filosofici o di alta natura, suscita incanto, stupore, meraviglia. Penso che finita l’opera Jacopo l’abbia abbracciata.

Lo stesso ho provato a Vienna di fronte a “La testa della Medusa” di P.P. Rubens.

Un groviglio di serpenti divora la testa di Medusa dallo sguardo terrificante.
Nell’atmosfera agghiacciante di terrore, serpenti dai diversi colori rendono viscida l’emozione e prende un nodo alla gola. Anche qui nessun ragionamento sostiene l’opera.
Il titolo appena sufficiente per lo spettatore.
STUPORE E MERAVIGLIA.
Ora mi permetto una riflessione personale. Introspezione, stupore, meraviglia, creatività hanno sempre accompagnato L’io artista sin dagli albori dell’immagine. Da quando ha impresso le impronte delle proprie mani sulle pareti della caverna, da quando ha disegnato le scene di caccia forse per un rito religioso sperando accadesse ciò che rappresentava o per rappresentare quanto accaduto, quando ha rappresentato gli animali e i primi umani del gruppo. Sicuramente si è interrogato sul valore dell’immagine stupendosi dell’enigma con cui la stessa si proponeva e nello stesso tempo ha iniziato a costruire il linguaggio verbale ascoltando gli animali, i rumori dei sassi che rotolavano, dai tuoni della pioggia, dalle fronde degli alberi, dal vento, dai ghiacciai che si scioglievano, dall’acqua. Piano piano abbiamo dato nome ad ogni cosa ampliando e rafforzando la nostra espressività, sensibilità, emotività, creatività la nostra capacità esecutiva.
Penso che allo stesso tempo abbiamo costruito il linguaggio dei suoni della musica battendo bastoni sui tronchi vuoti, soffiando dentro le conchiglie e forse abbiamo iniziato a ballare, a muoverci con ritmo. Una fase creativa lenta, scoprendo ogni giorno qualcosa di nuovo.
Con le immagini e le parole abbiamo costruito il nostro mondo e mutandolo continuamente siamo giunti fino ad oggi. Nel vocabolario della lingua italiana ci sono 270.000 parole senza contare le declinazioni dei verbi. MERAVIGLIA!!
Nel vocabolario parole spiegano le parole: Stupore! Grandiosità della creatività.
Se le prime immagini sulle pareti delle caverne erano fatte con tizzoni di carbone o con elementi naturali (sembra che il cinabro fosse facilmente reperibile). Oggi abbiamo a disposizione molti strumenti per il disegno e tantissimi colori. Una ricerca degli anni ’70 indicava in 36.000 le tinte possibili mescolando in quantità diverse primari, secondari e terziari. E i pennelli? Oggi ne abbiamo un’ampia gamma: a setola dura, morbida, media, punta piatta, tonda, a lingua di gatto, a setola lunga. Una ditta, di cui non ricordo il nome, produceva pennelli in setola lunga morbidissimi perché fatti con i peli delle ascelle delle martore quando li perdono nella stagione degli amori.
Ricordo che Paul Klee aveva una naturale collezione di pennelli.
Circa 30 anni fa a Parigi, io e Clelia abbiamo visitato il museo degli strumenti musicali antichi primitivi. Incanto e stupore! Strumenti dalle forme particolari, invenzioni geniali. Piano piano, cecando di migliorare la nostra capacità espressiva per dare voce alle nostre emozioni abbiamo costruito strumenti stupendi.
Nella nostra foresta di Panevaggio?? In Trentino si coltiva un abete particolare, il Val di Fiemme. Un legno senza nodi che, la leggenda dice, lo stesso Stradivari tagliava nella notte del 21 maggio, notte in cui gli alberi “cantano”. Legni che ancor oggi ci vengono richiesti da più parti del mondo per svariati strumenti: violini, arpe, pianoforti, flauti, contrabbassi.
Tutto questo perché ci interroghiamo continuamente sulla nostra natura, nel tentativo di dar voce, suono e immagine al nostro sentire profondo.
Ha scritto Herman Hesse:” Per la logica e la ragione la vita non dà motivo né di gioia né di dolore”.
Dunque sono le atmosfere che esprimiamo nell’opera che il PATHOS ci spinge a realizzare che diamo senso alla nostra esistenza.
Le atmosfere della mia infanzia, della mia lenta e costante formazione la devo non solo alla mia famiglia e alla mia borgata ma anche agli amici che ho conosciuto durante gli anni di Accademia a Firenze. Sento il dovere morale di presentarli in questa occasione in cui parlo della mia formazione. Li elenco in ordine alfabetico poiché hanno avuto su di me lo stesso peso. Vi mostro alcune loro opere che mi hanno veramente stupito.
FATICHI LUIGI, toscano di Fucecchio, disegnatore e pittore.
Ecco la sua “Erba”

Se avete l’ego abbastanza pulito vi accorgerete che non è stata dipinta solo l’erba ma l’atmosfera che si respira il vento che la muove, la brezza che la stende provocando il desiderio di immergersi, di accarezzarla, di assaggiarla. Ricorda l’erba che da tempo si vede raramente o forse più. È l’erba della mia infanzia che si tagliava con la falce e una volta secca aveva un profumo intenso.
Lunghi fili dipinti con pennelli a setola lunga e sottile, carichi di colore passati e ripassati più volte per darne il giusto corpo. Nessuna necessità di discorsi concettuali filosofici.

Oppure questo incontro tra sole e ………… Una nascita cosmica, ma non intesa come spazio fisico di un fenomeno celeste ma come un luogo remoto e perduto dell’immaginazione.
FRABBONI GIORDANO: disegnatore, incisore, pittore, scultore di Sasso Marconi, Bologna- L’eclettico-
Tutti i suoi lavori sono rivolti alla meraviglia della nascita che è dovuta al FEMMINILE.
Ne è affascinato. Ogni vita che viene alla luce la si deve al femminile. La maggior parte dei suoi lavori parla di questa meraviglia.

Anche il pesce di questa acquaforte nasce da una vagina

Mentre questo legno si fa femminile per ospitare un nido di questo ironico merlo che si posa sull’orlo del “ventre- invaso”.

Oppure questo legno-corpo di donna che ospita il nascituro
Opere che potrebbero portare lo stesso titolo della famosa opera di Courbet, “L’origine del mondo”
TONELLI OTTORINO: disegnatore incisore, pittore, scultore- – di Terma (Fivizzano-Carrara) – Anch’egli eclettico-
Questa sua opera racconta l’umano presente anche nel suo vuoto. Chi abita o chi abiterà questo gilet!? Ci parla di chi?

E questo abito nero che allude di santo è un’ironia o l’affermazione di un valore?
L’abito fa la dignità di chi è dentro?
Opere sfiorabili, palpabili che offrono interrogativi profondi.

E questo gilet di marmo affascinante nella forma e nella materia, levigato, lisciato, abbracciabile.
Ho desiderato farlo? Quando l’ho visto. Se mi è stato difficile pensarmici dentro mi è stato facile accarezzarlo.


Quando ho chiesto agli amici di mandarmi alcune foto dei loro lavori per organizzare questo incontro uno di loro mi ha suggerito che dovevo esserci anch’io. Titubante perché già presente con le parole mi sono convinto quando ho pensato che era l’occasione per ritrovarsi insieme.
Ecco il mio lavoro.


Questo specchio inserito in un volto dall’atmosfera sacra, parla dell’introspezione. Tutto il percorso dell’arte ne è pieno. Non è lo specchio per truccarsi ma per cercarsi e conoscersi. Conoscenza di per sé che non si raggiunge mai.

L’accompagna un disegno: l’io Artista può avere i piedi per terra ma la sua mente, il senso profondo del suo essere è altrove, luogo indefinito che ospita la generosità, la gratuità, la creatività, dove il PATHOS è condizione costante.

Questi sono gli amici a cui devo molto.

Durante gli ultimi 25 30 anni un artista divenuto mio collega è entrato nella mia vita con amicizia e discussione sull’arte. Nadalini Cesare, di Bondeno – Ferrara- disegnatore, incisore, pittore.

Una presenza abbastanza frequente. Un collega, una presenza con cui ho scambiato reciproci stimoli. L’opera che si presenta è particolare. Non saprei come definirla
Poiché non è né una pittura, né una scultura. Mi ricorda nell’insieme la stessa operazione realizzata di Picasso “Testa di toro” unendo due elementi di una bicicletta: il manubrio e la sella.

Il titolo dell’opera è “Filarino”.
Il fuso di un vecchio filarino inserito in uno spazio la cui cornice richiama il corpo femminile si fa elemento di infatuazione piacevole, un primo innamoramento. Non fosse per la cornice non proverei lo stupore, la meraviglia, la gioia nel vedere quest’opera.

Chiudo con un ultimo lavoro di Nadalini presentando la sua zattera fatta con gli strumenti del suo lavoro di disegnatore. Non demorde, non si lascia prendere da idee concettuali. Prosegue e affronta il mare verso luoghi inesplorati consapevole della sua attuale fragilità.

Ma voglio chiudere definitivamente questo incontro mostrandovi una pianista pittrice. Ogni domenica mattina mi arriva sul cellulare una sua interpretazione musicale accompagnata da una sua opera grafica-pittorica in sintonia con il pezzo scelto.
Mani nevrili, affascinanti, dalle lunghe dita si muovono sulla tastiera del pianoforte. Le stesse mani disegnano, dipingono, visualizzano forme in armonia con la musica.
Non so perché ma da quando la osservo la penso svestita. Provo la sensazione che il suo corpo tutto, partecipi all’esercizio musicale pittorico e ogni vibrazione si trasmetta alle dita si da leggere il suo PATHOS nella totalità.

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